Cinque anni di inchiesta per il buco da 14 miliardi

Il dissesto di Parmalat viene alla luce nel dicembre 2003, quando si scopre che il fondo «Epicurum», indicato da Parmalat come la cassaforte del proprio comparto sudamericano, è sostanzialmente una scatola vuota. Il castello di carte creato negli anni da Tanzi e dal suo direttore finanziario Fausto Tonna precipita. Tanzi tenta la fuga in Ecuador, poi rientra in Italia e viene arrestato il 27 dicembre. Resta a San Vittore 105 giorni, poi ottiene gli arresti domiciliari.
Analizzando i conti di Collecchio, la Guardia di finanza scopre una voragine: i debiti di Parmalat assommano a 14 miliardi di euro. Tanzi viene incriminato per aggiotaggio e bancarotta fraudolenta. Insieme a lui finiscono sul banco degli imputati finanzieri d’assalto, analisti senza scrupoli e le banche che per anni avevano aiutato Tanzi a dipingere al mercato l’immagine di una Parmalat in piena salute, attirando in trappola risparmiatori di tutto il mondo. A conti fatti, i truffati di Parmalat risulteranno essere oltre 70mila.
Tra le pieghe degli affari occulti di Collecchio emergono in seguito anche numerosi pagamenti sottobanco a politici, per i quali viene incriminato solo Tanzi.