Cinque anni dopo la semifinale con i tedeschi

Grosso come Tardelli, Buffon quasi meglio di Zoff, Materazzi superstar, quel gol libidinoso di Del Piero, campioni proprio in casa dei tedeschi che s’erano godute le nostri notti magiche. L’Italia era pronta a sacrificare una vergine al giorno in loro onore, trascorsi quattro anni e mezzo scarsi se qualcuno dei «tedeschi» si azzarda e mettere i piedi in campo la gente si copre gli occhi dal terrore, o almeno è così per la maggior parte di loro. Perché quella nazionale non c’è più, risucchiata, scaduta, finita. Si dice che il calcio mastica, sbagliato, smaterializza. Lippi-due ne aveva richiamati nove in Sudafrica, la tumulazione finale. Adesso Prandelli ha telefonato a Gianluigi Buffon e Daniele De Rossi, unici convocabili di quel gruppo di campioni, di fatto due reduci. Il primo rientra dopo l’esordio del 14 giugno 2010 contro il Paraguay dell’ultimo mondiale, segna Alcaraz, la schiena si spezza, finisce il tempo e appare Marchetti. Brutta bestia la schiena per un portiere. Daniele merita rispetto, non fu un protagonista assoluto di quel mondiale per una storia di gomiti alti, ma ha mantenuto un livello altissimo, minato da troppi problemi extrafootball. L’unico con Gattuso e Pirlo, dai, loro quasi sempre più che dignitosi.
Il fatto non è solo che nel giro di quattro stagioni siano svaporati tutti, il fatto è che non hanno proprio più vinto niente, e non da ieri pomeriggio. Due coppe Italia e una supercoppa nazionale Totti e De Rossi, una Champions, una Supercoppa Europea e una Intercontinentale per i milanisti nel 2007. Marco Materazzi unica eccezione, oggi gioca se Samuel, Lucio, Cordova, Chivu e Ranocchia non ce la fanno a scendere dal letto, le lingue lunghe dicono che ormai è lì per fare da scout all’ultimo arrivato. E lo stesso Gianluigi Buffon, l’impenetrabile, l’incommensurabile e irraggiungibile Buffon, si deve sentir dire dietro le spalle che resta alla Juve perché con quell’ingaggio non ha mercato, altrimenti sarebbe già finito altrove, come il suo amico di reparto.
Di quel gruppo il più invidiato resta Fabio Cannavaro, via, non è un segreto. Il capitano è andato al caldo, sole, mare, uno come lui che altro avrebbe dovuto fare, anzi è squillato il telefono a un mucchio di amici: «Non sapete cosa vi perdete... Quando torno in Italia? Non se ne parla proprio». Si è preso un Pallone d’Oro, un Fifa World player, a Milano non ha lasciato un bellissimo ricordo con quella frattura da stress ma proprio Alberto Zaccheroni, che a quei tempi lo allenava, ha confermato che era tutto vero. Scagionando involontariamente la presunta pressione di Luciano Moggi che se lo portò alla Juventus la stagione successiva. Un altro che ha tagliato la corda è stato Mauro German Camoranesi. Dopo 13 anni è rientrato in Argentina, adesso gioca nel Lanus dopo sei mesi allo Stoccarda preceduti da una serie stressantissima di contatti con mezza Europa. Perché sua maestà non era convinta e perché nessuno le garantiva la medesima paga. Se non c’è stato rispetto per Buffon e Cannavaro, figurarsi per gli altri, Grosso senza tutti quegli infortuni era fuori, comunque non rientrava nel progetto Juve, Barzagli e Zaccardo per carità, il primo era stato rimosso, il secondo riviveva grazie a un’autorete. A Torino hanno ormai una scala di lettura tarata sugli infortuni di Iaquinta: un po’ rotto, rotto, molto rotto. Il Milan in questo momento li ha tutti stesi in branda. Meglio non affrontare in piazza l’argomento Toni, dal 2007 oltre dieci infortuni, un logorio eterno, nessuno che abbia un minimo di pietà per lui. Gratitudine zero, molti tifosi, anche romanisti, sono ormai convinti che Totti continui a essere la loro fortuna, se non gioca. Lui comunque alla maglia azzurra ha dato l’addio subito dopo, non come Simone Barone. Un giorno Cellino lo chiama e gli fa capire che tira brutta aria a Cagliari, insomma c’è in giro gente cattiva. Il centrocampista fa: «Volevo proprio dirle che me ne volevo andare, presidente». Si è messo con quelli del Crociati Noceto Lega Pro ma non cercatelo fra i tesserati. Girava la voce che gli eroi fossero eterni, dipende.