Cinque artisti nell’antico forte

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative tese a coniugare spazi antichi e arte contemporanea: esiste infatti una generazione di artisti che trova estremamente stimolante e produttivo confrontarsi con i luoghi delle memorie collettive. Particolarmente centrata in questo senso appare l’iniziativa curata da Mimmo Di Marzio al Forte di Exilles. Il titolo, The Five Rings, allude ai cerchi olimpionici con i loro molteplici significati.
E cinque sono gli artisti scelti da Di Marzio: Jimmie Durham, Lucy e Jorge Orta, Alberto Garutti, Loris Cecchini hanno realizzato appositamente opere «in situ» dialogando con lo spirito del luogo e con la severa architettura della fortezza. Il quinto artista, Chen Zen, purtroppo scomparso, è presente con una installazione, Purification room, una sorta di «archeologia del futuro», riallestita dalla moglie Xu Min e appare con un nume tutelare della mostra essendo precursore del lavoro site-specific passibile però di riadattamento anche simbolico in altri luoghi, nell’ambito di un progetto spirituale definito dall’artista «transesperienze».
Durham mette in discussione il concetto di monumento alla base della cultura occidentale legando una statua di Atena, che rimanda anche alla dimensione agonistica, a un vecchio frigo, scarto della tecnologia industriale. Gli Orta hanno appeso guanti lunghi come braccia tese corredati di tintinnanti campanellini, eco di sospiri e lamenti. Cecchini ha avvolto un lampione urbano in una nuvola di trasparente pellicola, creando un’ibridazione tra elemento naturale e artificiale. La figura di Garutti appare centrale per il progetto: le sue opere, infatti, si realizzano solo nell’incontro con lo spettatore. Qui ha focalizzato il tema dell’incontro e del dialogo predisponendo cinque tavoli tondi, oggetti che vivono di luce propria nelle ore notturne, evidenziando «la capacità dell’arte di essere un meccanismo aperto di relazione».