Le cinque bugie del sindacato sugli stipendi

Vediamo di mettere un po’ d’ordine in questo pasticciaccio dell’inflazione programmata, da cui sta scaturendo una bagarre politica incredibile. E c’è da scommetterci che oggi alla ripresa delle trattative con Confindustria, il sindacato la utilizzerà per alzare le barricate.
La sostanza è banale. I redditi dei dipendenti si possono alzare in modo uguale e uniforme per tutti legandoli all’aumento del costo della vita. Oppure, ed è il tentativo che sta portando avanti il governo, vincolando maggiormente gli scatti di retribuzione alla produttività aziendale, agli utili dell’impresa in cui si lavora, al merito individuale.
L’inflazione tout court resta una brutta bestia, la peggiore per un’economia. I prezzi salgono e tutti fanno comprensibilmente a gara per mantenere il proprio potere d’acquisto: nascono le rivendicazioni salariali, i costi lievitano, i prodotti aumentano di prezzo, autonomi e professionisti alzano le pretese e il circolo vizioso in cui tutti perdono si innesca.
L’«inflazione programmata» è al contrario una balla: è un numeretto che dal 1993 compare nei documenti contabili del governo e che rappresenta un obiettivo. Il problema è che da almeno dieci anni, con l’avvento dell’euro, gli Stati nazionali hanno le armi spuntate per combatterla: posto che quantità di moneta e tassi di interesse si stabiliscono a Francoforte. Gli Stati nazionali possono tenere a bada il costo della vita solo favorendo maggiore competizione nei settori protetti, mantenendo così sotto controllo i prezzi. Al contrario alcune sciagurate scelte nazionali del passato concorrono a tenere acceso il fuoco: nell’ultimo anno l’energia elettrica è cresciuta nell’area euro del 4,3 per cento, mentre da noi, senza nucleare, è balzata del 9,2 per cento.
Ma ritorniamo al nostro pasticciaccio. Il governo ha mantenuto la previsione prodiana dell’inflazione programmata all’1,7 per cento, ben al di sotto di quella registrata a maggio dall’Istat. Non si tratta di una novità. Tutti i governi hanno programmato inflazioni inferiori a quelle che poi si sono verificate. Questo numeretto parzialmente inutile ma fortemente evocativo fa i conti con la politica monetaria della Banca centrale europea. Che per statuto combatte affinché i prezzi non salgano più del 2 per cento l’anno.
Un’opposizione e un sindacato a corto di argomenti hanno colto l’occasione al volo. Per Epifani segretario della Cgil «un salario di 25mila euro annui perderà mille euro nel biennio». Per Veltroni «il governo è riuscito, nel giro di un mese, a riprecipitare l’Italia nel suo passato». L’idea di fondo è quella di ricreare un legame forte tra opposizione e sindacati, per cercare quel consenso in piazza perso nelle urne.
Ma ci sono alcuni numeri che solo poche settimane fa il governatore della Banca d’Italia ha letto, che dovrebbero mettere a tacere per sempre queste polemiche.
Tra il 1992 e il 2007 le retribuzioni in Italia sono cresciute in termini reali del 7,7 per cento: meno di mezzo punto all’anno. Sono cresciute poco, ma comunque più dell’aumento del costo della vita programmato e reale. Se si continua a guardare il dito (l’inflazione programmata o reale) si rischia però di fare la figura dei fessi. Il punto è che in quindici anni i lavoratori italiani hanno visto i propri stipendi crescere comparativamente meno di quelli europei. Sono stati più che protetti dall’inflazione ufficiale. Ma la produttività del sistema non è cresciuta e dunque nessuna beneficio è arrivato in busta paga. Anzi, nota Mario Draghi, «nel decennio la crescita delle retribuzioni è stata superiore, a quella stagnate, della produttività del lavoro».
Il gioco ruota tutto intorno a questa micidiale illusione ottica. I sindacati vogliono spostare la trincea solo sul numeretto magico. Gridano allo scandalo per la sua esiguità. Ma fingono di dimenticare che esso non ha avuto nessun peso nei rinnovi contrattuali del passato e che la causa per la quale i salari italiani sono cresciuti poco non dipende dal mancato adeguamento dell’inflazione, ma dalla crescita zero della produttività.
Nicola Porro
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