Cinque capolavori per celebrare Giacomo Manzù

Giacomo Manzù avrebbe compiuto 98 anni il prossimo 22 dicembre. Un omaggio al grande maestro arriva a pochi giorni dalla ricorrenza grazie alla Provincia di Roma che ha patrocinato la mostra aperta ieri nel nuovo spazio di Palazzo Incontro di via dei Prefetti. Un percorso tra sculture e fotografie che rappresenta una ghiotta opportunità per ammirare alcune opere normalmente non sono fruibili dal pubblico visto che fanno parte della collezione privata della famiglia Manzù. Il nome della Provincia accanto a quello del maestro Manzù rappresenta la volontà di diffondere la conoscenza dell’arte del grande scultore e di valorizzarne le testimonianze sul territorio: l’esposizione allestita nel cuore di Roma, infatti, rappresenta una finestra aperta sul Museo Manzù di Ardea, vero scrigno che conserva un tesoro di 470 opere dell’artista, tra disegni e sculture (il museo riaprirà domani, dopo la chiusura per lavori). Sono cinque - per l’esattezza - le splendide sculture di Manzù prestate dalla famiglia e selezionate tra quelle realizzate dall’artista negli ultimi anni di attività. Il «Busto di Inge» realizzato tra 1964 e 1980, ritratto in bronzo della moglie dell’artista che fu la sua grande musa ispiratrice e della quale Manzù scrisse: «Ogni tanto guardandola sento l’impulso di ritrarla, di scolpirla e non posso fare a meno di farlo». Sempre in bronzo, «La sedia» del 1988, primo esempio di natura morta scolpita, dimostrazione della grande originalità del linguaggio di Manzù, e «Tebe seduta», del 1983. Altra rarità presentata dalla mostra, le due grandi sculture realizzate in ebano, materiale ormai introvabile: «Ragazza in poltrona» del 1975 e «Donna che guarda», 1976-1983. La mostra dello sculture bergamasco si arricchisce di trenta fotografie scattate da Aurelio Amendola, che seguì l’artista in maniera continuativa a partire dagli anni Settanta, ritraendolo all'opera nel suo studio di Ardea con l'immancabile cappello in testa. Schivo, con quello sguardo che sembra trapassare l’obiettivo, oppure totalmente noncurante nei confronti del fotografo, impegnato anima e corpo a seguire l’impulso delle sue mani, a modellare il gesso o ad ammirare l’opera compiuta. «Il mio lavoro è il ritratto della mia vita», scrisse l’artista. Nelle sue opere c’è la paura e la sedia, ricordo di casa sua; i cardinali e la fede in Cristo; il ricordo di un partigiano impiccato e di Lenin morto; c’è Inge, l’amore della sua vita, e i figli Giulia e Mileto, «vi sono le pieghe che mi perseguitano e, in ultimo, i sacrifici con i quali vivono tutte le mie speranze! Tutto quello non detto, fa parte dell'inutile che ogni uomo porta con sé».
La mostra potrà essere visitata fino al 21 gennaio, da martedì a domenica dalle ore 10 alle 19.