Le cinque donne di Pedro e i quattro eroi «indigeni»

Stenio Solinas

nostro inviato a Cannes

Salgono sul palco Penélope Cruz in rosso scarlatto, Carmen Maura rigorosamente in nero e a ruota arrivano Lola Dunes, Blanca Portillo e Yohanna Cobo: sono loro le donne di Volver e mai un film corale sul mondo femminile, dove l’uomo non esiste, oppure è un mascalzone, registra un trionfo così completo. Sono le donne del film ma anche le donne di Pedro, ovvero del regista Almodóvar ma anche dell’amico, del confidente, del fratello maggiore e minore. E in fondo, e ancora, sono l’incarnazione di quelle sorelle della Mancha grazie alle quali lui stesso ha fatto il film: facendosi raccontare da loro il passato, la vita in famiglia, la tristezza e l’allegria. E non è un caso che sul palco dove un rapito ed entusiasta Jean Rochefort le abbraccia e le bacia via via che le premia, non abbiano che parole di stima e di ammirazione per chi ha reso possibile un simile exploit. Ti voglio bene, ti amiamo, siamo felici, ripetono una dietro l’altra: e se Carmen Maura, invecchiata ad arte sullo schermo e qui radiosa nella sua maturità femminile, trova un accento commosso ma ancora fermo è la giovane Penélope Cruz a ringraziare l’amico e maestro con la voce rotta dall’emozione. Pochi registi hanno una mano così lieve e così complice nel trattare la psicologia femminile, nel celebrarne la leggerezza e la gravità, la forza e la fragilità.
Alla «carica delle donne» voluta dalla giuria del 59° Festival di Cannes capitanata da Wong Kar Wai, fa da contrappunto quella degli uomini di Indigènes di Rachid Bouchareb, nato a Parigi e di nazionalità francese, ma con radici in quella Francia d’oltremare, algerina e marocchina, giunta all’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale e attraverso un processo lungo, difficile, sanguinoso.
C’è Jamel Debbouze, Samy Nacéry, Sami Bouajila, Roschdy Zem, Bernard Blancan, e un po’ rappresentano la coscienza turbata di una nazione che in quella guerra usò gli «Indigeni» che danno il titolo al film, come carne da cannone, utili per liberare la «madre patria» ma comunque considerati cittadini di seconda classe. E Indigènes è in fondo una sorta di risarcimento, il far venire alla luce una memoria dimenticata e/o nascosta, il tentativo di recuperare, a distanza di mezzo secolo, un sentimento di eguaglianza e di fratellanza che funzioni anche come antidoto ai problemi di integrazione che la Francia si trova sempre più ad affrontare con fatica.
Sul palco, coinvolti dal clima di festa e di eccitazione, salgono anche il regista e il produttore ed è con l’Inno dei fucilieri marocchini che il momento maschile si conclude, le voci roche e un po’ stonate. «Ho fatto questo film» dice Bouchareb nel ringraziare, «per ritrovare la nostra memoria. È un grido d’amore ma anche un messaggio di speranza».
La duplice corale scelta della giuria è un’assoluta novità nella storia del Festival di Cannes, ma bisogna dire che ha una sua logica. Premiare soltanto Penélope Cruz, per quanto bravissima, avrebbe in un certo senso fatto un torto a Volver, che è perfetto proprio nel modo in cui i vari caratteri femminili vengono raccontati e messi in scena, un contrappunto di psicologie ricco come un mosaico. Sotto il profilo delle interpretazioni maschili, quelle più convincenti, il Giacomo Rizzo di L’amico di famiglia, e il Gérard Depardieu di Quand j’etais chanteur, scontavano forse il peso di due film dissimili, lussureggiante il primo, un po’ troppo tradizionale il secondo, e probabilmente considerati non del tutto riusciti dalla giuria. Premiando Indigènes, insomma, si è usciti dall’impasse e si è un po’ sacrificato a una ragion di Stato geopolitica che in terra di Francia ha sempre avuto un peso un po’ particolare. Altresì va detto che del film di Bouchareb, l’elemento migliore è proprio quello della recitazione, perché sul piano storico, e noi italiani ne sappiamo qualcosa con conoscenza di causa, la pellicola lascia molto a desiderare: Bouchareb non avrebbe fatto male a dare uno sguardo alla Ciociara di Vittorio De Sica...