Le cinque inchieste che fanno tremare il Pd

Capodanno da incubo per il partito di Veltroni: dalla Toscana alla
Calabria, dalla Campania alla Basilicata, nel 2009 le indagini si
chiuderanno. E presto i pm potrebbero bussare anche al Comune di Roma,
per controllare alcuni appalti varati dagli ex sindaci

Cinque città, cinque procure, cinque inchieste. E al centro c’è sempre il Pd. Per il nuovo soggetto politico varato da Veltroni, il 2009 comincia nel segno di una tempesta giudiziaria che fa tremare i polsi e continua a tenere alta l’attenzione sulla questione morale. Nel mirino amministrazioni-simbolo del centrosinistra come le giunte comunali di Napoli e Firenze, enclave storiche come la Basilicata, città come Pescara dove appena l’estate scorsa un terremoto giudiziario aveva già travolto l’amministrazione regionale. E, a Catanzaro, è in dirittura d’arrivo l’inchiesta «Why Not», che non solo ha visto tra gli indagati il governatore Agazio Loiero, ma ha lambito l’ultimo governo di centrosinistra, anche se la posizione dell’ex premier Romano Prodi è stata archiviata e quella dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella è finita stralciata. Dietro l’angolo, la possibilità che l’inchiesta sugli appalti di Napoli finisca per trovare una clamorosa sponda a Roma, città dove per primo Romeo varò il suo global service.

Firenze: sospetti pure sul vecchio sceriffo
I rapporti «pericolosi» di alcuni assessori con il costruttore Ligresti e l’imprenditore Della Valle per la trasformazione urbanistica dell’area di Castello, alla periferia nord-ovest di Firenze. Questi gli ingredienti dell’inchiesta che a novembre scorso scuote una delle giunte storiche del centrosinistra, quella retta da Leonardo Domenici. Finiscono indagati l’assessore all’Urbanistica di Firenze Gianni Biagi e quello alla Sanità e manutenzione aree pubbliche Graziano Cioni detto «lo sceriffo», che era in corsa alle primarie del Pd per scegliere il candidato sindaco. Il terremoto è di quelli che fanno rumore, si dimette l’assessore Biagi e fa lo stesso, pur se non indagato, il capogruppo del Pd in consiglio comunale. Anche il primo cittadino sceglie un clamoroso modo di protestare contro quella che per lui è «informazione distorta». Si incatena a inizio dicembre davanti alla sede del gruppo Repubblica-L’Espresso, rivendicando la correttezza del suo operato e sostenendo di essere stato interrogato in Procura su sua espressa richiesta. L’inchiesta verte intorno alla riqualificazione di quell’area, dove negli ultimi mesi del 2008 era emersa l’ipotesi di costruire un nuovo stadio per la Fiorentina di Della Valle. Proprio su una colazione a Roma tra l’imprenditore toscano, Ligresti e il sindaco di Firenze Domenici scoppia la protesta di quest’ultimo, che nega la natura «segreta» di quell’incontro a tre. E qualche giorno dopo interviene anche sullo scandalo napoletano, sostenendo a Porta a Porta che nelle grandi città è possibile che accadano fatti come quelli successi a Napoli senza che il sindaco lo sappia.

Napoli: rinascimento finito nel sangue
Era la città-simbolo del «buon governo» del centrosinistra, la città del «rinascimento napoletano» nel segno di Bassolino prima e della Iervolino poi. Ma a scuotere dalle fondamenta palazzo San Giacomo, sede dell’amministrazione comunale, ha provveduto l’inchiesta della Dda sui presunti appalti pilotati per favorire l’imprenditore Alfredo Romeo. Il bilancio per il Pd è pesante e tragico: un parlamentare e cinque tra assessori ed ex assessori coinvolti. Uno di loro, Giorgio Nugnes, si è ucciso a fine novembre dopo aver saputo del coinvolgimento nell’inchiesta «Magnanapoli». Gli altri, Enrico Cardillo, Felice Laudadio, Ferdinando Di Mezza e Giuseppe Gambale, finiscono ai domiciliari. Per l’accusa, avrebbero «cucito» addosso a Romeo il maxiappalto «global service» per la manutenzione delle strade. Nelle intercettazioni emergono anche presunte pressioni di Romeo su Francesco Rutelli per favorire la carriera di Nugnes, pressioni che Rutelli però nega. La Iervolino, non indagata, non molla, nonostante molti nel Pd chiedano le dimissioni. E i suoi ex assessori ieri in serata erano in attesa dell’esito del Riesame. I legali di Gambale avrebbero chiesto la revoca dell’ordinanza sollevando una questione di omessa notifica. Nell’inchiesta, insieme al deputato di An Italo Bocchino (che dovrebbe presentarsi spontaneamente in procura lunedì), è indagato anche il parlamentare del Pd Renzo Lusetti. Per la Procura avrebbe lavorato con Romeo per «orientare» una sentenza del Consiglio di Stato che annullava la decisione con cui il Tar del Lazio aveva tolto a Romeo il maxiappalto gemello vinto con il Campidoglio in epoca Veltroni. Proprio su questo filone, l’inchiesta potrebbe ora puntare su Roma.

Pescara: garantisti a corrente alternata

Non bastava la caldissima estate del Partito democratico abruzzese. La giunta regionale a luglio viene decapitata dall’indagine sulla sanità che ha portato all’arresto e alle conseguenti dimissioni del governatore Ottaviano Del Turco, esponente della direzione nazionale del Pd, e di altri rappresentanti del partito di Veltroni. Un’inchiesta basata su dichiarazioni di un imprenditore (Vincenzo Angelini) prive dei minimi riscontri oggettivi. Ma il Pd tace, sceglie di non difendere Del Turco, nonostante le crepe dell’inchiesta. Nel gelo di dicembre arriva l’arresto anche per il sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, che del Pd è anche segretario regionale, per presunte tangenti legate ad appalti nel capoluogo abruzzese. Anche qui il partito di Veltroni non apre bocca, salvo scatenarsi quando il gip decide di scarcerarlo. Il giudice definisce «confermato se non aggravato» il quadro indiziario, ma lo libera dai domiciliari per il venir meno delle esigenze cautelari. Ma tanto basta perché si scomodi persino Veltroni in un rigurgito di garantismo, definendo «un fatto gravissimo» l’arresto del sindaco con successiva scarcerazione. Il cambio di rotta a geometria variabile del Partito democratico non va giù allo stesso Del Turco, che non lesina critiche agli ormai ex compagni di schieramento e definisce «patetiche» le acrobazie garantiste ma a scoppio ritardato del leader del partito. Mentre la sinistra litiga tra accuse e sospetti interni, il governo della Regione passa al centrodestra, che vince a mani basse le elezioni con il candidato del Pdl Roberto Chiodi.

Potenza: il giallo dei "comitati d'affari"
A Potenza l’inchiesta che imbarazza il Pd è firmata, come sempre, dal pm Henry John Woodcock. Secondo le indagini del magistrato, in Basilicata era attivo un «comitato di affari» costituito per gestire tangenti sugli appalti legati alle estrazioni petrolifere nella regione. Il 16 dicembre finiscono in carcere l’amministratore delegato di Total Italia Lionel Levha e l’imprenditore di Policoro Francesco Ferrara, ma Woodcock chiede gli arresti domiciliari anche per il deputato del Pd, Salvatore Margiotta. Secondo l’ipotesi d’accusa al parlamentare sarebbe stata promessa una tangente da 200mila euro. Anche un consigliere provinciale del Pd, Nicola Montesano, finisce ai domiciliari. La richiesta d’arresto per Margiotta sbarca in aula a Montecitorio lo scorso 18 dicembre. E viene respinta a larga maggioranza, pur se Walter Veltroni diserta l’aula. L’unico che si schiera apertamente a favore del via libera all’arresto del deputato del Pd è Antonio Di Pietro. Ma il 31 dicembre è il tribunale del Riesame di Potenza che annulla l’arresto dell’esponente del Partito democratico, e revoca anche i domiciliari di Montesano. Secondo i giudici viene meno l’ipotesi del reato associativo, non essendoci il «comitato d’affari» che il pm ipotizzava. Quanto basta a scatenare un regolamento di conti tra il Pd e gli «alleati» dell’Idv. Sintetizzato dalle parole del deputato del Partito democratico Franco Laratta: «Ma Di Pietro che in Aula di Montecitorio ci spiegava il perché e per cosa Margiotta andava assolutamente arrestato, in quel momento era un incompetente o in malafede?».

Catanzaro: in regione il record di inquisiti
Tutto ruota intorno all’indagine avocata al pm catanzarese Luigi De Magistris, «Why Not». Nell’iniziale procedimento su massoneria deviata, appalti, politica inquinata, comitati d’affari e coinvolgimenti delle forze dell’ordine, si arriva all’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex premier Romano Prodi e dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella. Nel mastodontico procedimento spuntano numerosi esponenti locali e nazionali del Pd. Quando De Magistris finisce a sua volta sotto inchiesta e il procedimento gli viene tolto, il fascicolo si divide in molti sottofiloni. L’archiviazione, ottenuta da Clemente Mastella, viene richiesta a fine dicembre anche per Romano Prodi. Resta indagato il governatore della Regione Calabria Agazio Loiero, e molti rappresentanti del consiglio regionale che vanta il primato di organo elettivo con il maggior numero di componenti inquisiti. L’aver puntato così in alto è forse costato il posto a De Magistris, giubilato dal Consiglio superiore della magistratura e spedito a Napoli. Ma su quel trasferimento si addensano nubi. Tanto che ha dato vita a una guerra tra la Procura di Catanzaro e quella di Salerno, quest’ultima convinta che dietro alla defenestrazione di De Magistris vi fosse un piano preordinato a salvare più persone coinvolte nell’indagine catanzarese. L’ultimo capitolo in ordine di tempo riguarda l’interrogatorio in Procura di Loiero, che è stato ascoltato per quattro ore dai magistrati calabresi che hanno ereditato l’indagine da De Magistris.