Cinque laureandi azzurri davanti ai prof americani

Oscar Eleni

Carlo Recalcati, sul -12, a 13 minuti dalla fine, diventa verde come le maglie del Senegal che sta rovinando la festa mondiale di Azzurra, ma poi decide di battere furiosamente sui tamburi Taiko, quelli che i giapponesi percuotono quando devono scacciare spiriti maligni. Trova anche il rafano per rinfrescare la bocca dei giocatori, ricostruisce la difesa, lascia a sedere chi ha creduto davvero di cavarsela con il minimo sforzo e tanti complimenti - come il Marconato che giurava di aver finalmente girato l’interruttore senza farci sapere che era una luce a tempo come negli alberghi - trova persino Mancinelli con la sua faccia da fantaghirò, uno che sembrava già vivere ai margini non avendo alcuna sintonia con i falegnami di bordo, ruba il tempo agli africani e con il 32-12 finale si guadagna gli ottavi, sollevato all’idea di doversi giocare un migliore piazzamento nell’ultima giornata contro il Portorico che Ayuso e Arroyo hanno portato oltre la muraglia della Cina dopo un supplementare, senza ancora sapere chi troverà al di là del ponte di Sapporo dove oggi ci misureranno e peseranno gli Stati Uniti che contro la Slovenia hanno fatto bene i compiti, cauti all’avvio (30-27), appagati alla fine (23-25).
Forse Australia, caduta contro la Grecia prendendo un canestro da 3 a 8” dal gong (Fotsis) e uno a 2” dal Zizis trevigiano dopo palla rubata a Barlow, più che Lituania, visto che la Turchia di Tanjevic, dopo un altro finale brivido col Brasile, sarà sicuramente prima o seconda nel girone C che s’incrocerà con il Rex italiano.
Qualcuno era preparato alla trappola del subconscio che ti fa credere di essere uno bravo davvero, altri invece consapevoli che senza fatica e logica, in assenza di fantasia generale, sarebbero stati guai. Per fortuna ha pensato così il solito quartetto di caimani, Mordente zanna bianca, Soragna il miglior realizzatore, quello dei canestri che pesano, non quello dei punti che si sommano senza guardare alla sostanza come capita ancora a chi incensa Belinelli senza rendersi conto di fargli ritardare la maturazione, Michelori lo sfrontato e Rocca che nasconde tutto dietro al cuore, oltre al Mancio che nei giorni del vino cinese e delle rose slovene non era mai stato invitato al tavolo, anche perché lo vedevi distante come nella Fortitudo che non lo ha trovato per tutta la stagione.
Le partite da incubo le inquadri subito, quando poi trovi un arbitraccio come il brasiliano Maranho e avversari giovani di grandi qualità atletiche può venirti il mal di mare se i registi sono piatti come Pecile, più del Di Bella incatenato, se Basile ha doti di recupero così lente, se Belinelli sparacchia alla luna e Marconato gira con il retino per le farfalle che non prende, e Gigli non riesce ad inseguire Garri. Il Senegal ci crede dalla fine del primo quarto e quando va a +12 vede verde nelle facce dei nemici, forse è lì che si confonde, allenta la difesa e l’Italia - che aveva fatto 4 su 28 da 3 - infila 4 tiri consecutivi, pareggia i rimbalzi, porta a 22 le palle perse degli africani, si guadagna la cena e un altro mondo rispetto a quello piccolo che temevamo di dover frequentare.
Oggi all’ora di pranzo la barba rossa di Brad Miller, il trentunenne 2.11 che a Livorno ricordano con affetto per averlo avuto tanti anni fa 19 partite quando la Nba era chiusa, farà strada per le stelle statunitensi che hanno deciso di far andare tutti oltre i 90 punti, invitandoti nel paese delle meraviglie che per loro è sempre oltre i 110. Ci conoscono abbastanza per non regalare nulla, neppure un’oliva prima di mangiarci. L’ideale per un Italia dai mai dire mai.