Cinque procure impegnate a indagare sullo stesso fatto

RomaLe chiacchiere e gli sfoghi privati di Silvio Berlusconi finiscono quasi ogni giorno sui giornali. Un effetto collaterale del nuovo andazzo delle procure di mezza Italia: passare al setaccio il premier indagando persone a lui vicine o collegate, anche se i fatti contestati sono simili, e spesso addirittura gli stessi. L’ultimo sputtanamento, ieri su Repubblica, riguarda telefonate del 2009 tra il presidente del Consiglio e il «solito» Valter Lavitola, finito sotto intercettazione da parte dei pm abruzzesi, secondo quanto rivela il quotidiano diretto da Ezio Mauro, per un finanziamento concesso all’Avanti! da un imprenditore arrestato per una presunta evasione da 90 milioni di euro, Giuseppe Spadaccini.
Ma la procura di Pescara è solo l’ultima «voce» nell’elenco di uffici giudiziari impegnati a scavare negli stessi fatti e intorno alle stesse ipotesi di reato. Il caso più eclatante è quello nato a Napoli come fascicolo d’indagine affidato ai pm Woodcock (nella foto), Curcio e Piscitelli su una presunta estorsione al premier da parte di Lavitola e dei coniugi Tarantini. Fascicolo sul quale la competenza napoletana era a dir poco forzata. Tant’è che poi quell’inchiesta è rimbalzata a Roma (dove l’ha spedita il gip partenopeo) e pure a Bari (con la trasmissione degli atti ordinata stavolta dal Riesame), dove però si indaga su Lavitola non più per estorsione ma per un’altra ipotesi: quella di aver indotto Tarantini a mentire per escludere il coinvolgimento di Berlusconi nel caso-escort. Indagato è Lavitola, ma il suggerimento del Riesame pare invitare a iscrivere anche il premier. Se due procure che indagano sulla stessa vicenda non bastano, va aggiunto che Napoli lavora ancora su Lavitola, tra l’altro vi sarebbe un filone che riguarda le consulenze con Finmeccanica del giornalista-editore, e che alla finestra c’è anche la procura di Lecce, in contatto con quella partenopea, dove è attualmente indagato il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, che secondo le accuse dell’ex pm del caso escort, Pino Scelsi, avrebbe tentato di rallentare le indagini.
Tornando a Pescara e all’ indagine sul finanziamento sospetto all’Avanti!, anche qui le sovrapposizioni non mancano. Sui conti del quotidiano un tempo socialista, infatti, indaga sempre Napoli. Tanto da chiedere alla Gdf di spulciare la sede romana del giornale per cercare, spiegava il gip nel decreto di perquisizione, conferme ai sospetti di «malversazione, dirottamento e utilizzo per finalità diverse, operato sempre dal Lavitola, dei fondi e dei finanziamenti erogati dallo Stato al quotidiano L’Avanti!». E per chiudere il cerchio, val la pena di ricordare come anche il tema che, rispetto alle inchieste su estorsione-induzione, resta sullo sfondo, l’indagine barese sulle escort, esplosa nel giugno 2009 col caso D’Addario, è al centro di molteplici inchieste. Che, nonostante gli intrecci tra medesimi personaggi, proseguono comunque separate. A Bari, come è noto, la recente chiusura indagini ha chiarito come finora non siano emersi profili di responsabilità penale a carico del premier, nemmeno nel filone che riguarda le escort portate da Tarantini alle feste di Silvio Berlusconi.
A Milano, invece, dove la procura lavora sull’affaire Ruby, le cose stanno diversamente, e i magistrati puntano con decisione il premier. Anche nel capoluogo lombardo, d’altra parte, Berlusconi finisce intercettato «indirettamente», perché parla al telefono con altri indagati. Elemento comune a tutte le inchieste parallele. Che, nel Pdl, ha fatto sollevare il sospetto che il fine ultimo fosse proprio spiare il Cavaliere. Dubbio esplicitato dal vicecapogruppo alla Camera, Osvaldo Napoli, che a proposito dell’intercettazione «bulgara» tra premier e Lavitola, che utilizzava un telefono nuovo, comprato all’estero, si domanda come abbiano fatto i pm a spiarlo: «Intercettavano Lavitola o, senza autorizzazione del Parlamento, l’utenza telefonica del premier?».