Cinque ragazzi dal dischetto freddi come l’oro

Tony Damascelli

Cinque ragazzi d’oro, cinque facce mondiali, cinque colpi secchi, al cuore dei francesi, piegati, afflosciati, stesi, distesi, battuti.
Andrea, Marco, Daniele, Alessandro, Fabio ecco i loro nomi all’anagrafe del pallone di Berlino, onomastici da oggi di gran moda per culle con il fiocco azzurro. Azzurro è il colore dell’Italia, azzurro anche di notte è il cielo sopra Berlino, otto minuti thriller, dolcissimi, sì, ora, domani, finalmente, vissuti, patiti, sofferti con il cuore in gola, il fiato sospeso, Pirlo si è presentato con quel viso un po’ stranito, l’espressione di uno che è stato appena svegliato, rantolando tra sé e sé, guardando verso non si sa bene dove ma sapendo che cosa fare, Barthez ha provato a fare il furbetto e Andrea lo ha castigato. Il torpore del suo viso si è scosso, un urlo strozzato e la corsa leggera verso i compagni che avevano invaso il campo.
Poi si è messo a camminare verso l’area dei francesi Materazzi, con quel centinaio di tatuaggi lungo le braccia, un pirata da arrembaggio, il viso scavato dalla fatica e dai colpi che ogni tanto prende, dopo averli dati. Marco aveva già offerto abbondantemente nelle due ore di partita, un rigore offerto generosamente ai franzosi, una frustata, il gol di capa, tosta non come quella indecente, volgare di Zidane, l’icona macchiata, il campione finito e sfinito, adieu Zizou e non au revoir, non lo meriti. Gol, non dimentico, gol di Marco Materazzi da Milano, naviglio interista, per dire, capocannoniere con Toni, pensate un po’ come sono strane le cose del calcio.
Ecco De Rossi, un altro con la capa fresca, costretto agli arresti domiciliari in Germania per quattro partite. Era tutto previsto, delitto perfetto, alla quinta si è ripresentato e ha firmato, Daniele nella fossa dei leoni, tiro, gol, urlo, bacio alla fede, il matrimonio è roba di ieri, con carrozza. E in carrozza torna al sito, bordo campo.
La faccia di Del Piero non era rassicurante. Con quella crapa pelata sembrava più vecchio di Blatter. Entrando in campo si era fatto il segno della croce, qualche maligno avrà pensato: già sta scivolando verso la C figuratevi se...
Figuratevi che cosa? Alex non ha cambiato mai la smorfia disegnata sul viso, impassibile quasi, è andato via leggero, come il fringuello che l’accompagna da sempre nello spot pubblicitario, ha calciato come sa e come si deve, l’altro pelato, quello in porta, insomma Barthez di qua e il pallone diritto a gonfiargli la rete alle spalle. E allora ci voleva il finalone giusto, romantico, da libro cuore, con lacrima e sorrisi, per vivere tutti felici e contenti. E vincenti. Dico Fabio Grosso, quello che giocava in C, quello che faceva l’ala, quello che ha dovuto sopportare gli strilli rauchi di Serse Cosmi e le gentilezze orali di Luciano Gaucci. Dunque uno con la pelle spessa così, uno con la faccia del bravo ragazzo ma con il piede perfido, lo sanno i tedeschi di Germania, lo sanno gli australiani, da ieri sera lo sa anche Fabien, quasi omonimo, guarda le combinazioni, lo sanno anche i francesi tutti, da Nantes a Marsiglia, galletti con la cresta bassa, chi di rigore ferisce, di rigore perisce, ricordo acido del millenovecentonovantotto, memoria amarissima del golden gol del duemila, e il cerchio si chiude, David Trezeguet ci aveva condannati, David Trezeguet ha condannato la Francia. Pianga pure, si consoli, la vita è questa, noi godiamo a guardare queste cinque facce da schiaffi, adesso che abbiamo vinto, cinque facce italiane, nomi e cognomi nostrani, veraci, senza derive e infiltrazioni.
Il pallone mondiale non è più di plastica ma di zucchero, il pallone mondiale è gonfio di gioia, la squadra di Lippi non ha personaggi icona, non ha uomini da prima pagina, vedettes e lustrini, il gruppo è stato esaltato dalla notte di Berlino, da quella soluzione finale, da quei cinque tiri dagli undici metri che hanno unito la Sicilia a New York, il Friuli all’Australia, undici metri tricolori, dipinti da imprevisti pittori, Andrea, Marco, Daniele, Alessandro, Fabio, rivali per dieci mesi, nemici in campionato, ma fratelli d’Italia in questo lungo e brevissimo mese in Germania, 9 giugno 9 luglio, trenta giorni racchiusi nell’area di rigore di Berlino, la città del muro, la città del sogno, la città del quarto trionfo azzurro.