Cinque velisti scatenano l’ennesima crisi tra Londra e Teheran

Nuova crisi tra Teheran, stesso simbolo di due anni fa: una barca a vela. Proprio come nel 2007, l’Iran ha arrestato un gruppo di velisti britannici con l’accusa di avere sconfinato nelle proprie acque territoriali. Un gesto letto come ostile e dunque in grado di aprire un nuovo fronte diplomatico.
La Repubblica islamica ha già minacciato «misure severe» nei loro confronti ed è già chiaro che si va aprendo un nuovo fronte tra i due Paesi, dopo le manifestazioni di protesta post-elettorali dell’estate scorsa in Iran e a il contenzioso sul programma nucleare di Teheran. Ieri è toccato a Esfandiar Rahim-Mashai, capo di gabinetto del presidente Mahmud Ahmadinejad, fare la faccia dura per conto del regime, parlando di «misure severe» contro i cinque velisti, tutti civili, se sarà provato che sono entrati nelle acque territoriali della Repubblica islamica con «cattive intenzioni». Mentre da Londra, che aveva reso noto ieri l’incidente, avvenuto il 25 novembre scorso, si è cercato di smorzare le tensioni. «È una vicenda umana che coinvolge cinque giovani velisti. Non ha nulla a che vedere con la politica, niente a che vedere con il programma iraniano di arricchimento dell’uranio - ha detto il ministro degli Esteri britannico David Miliband -. È un caso a livello di consolati, trattato in questo senso dalla Gran Bretagna, e sono sicuro anche dall’Iran. Sulla base di questo, spero che possa essere risolto in modo rapido e professionale».
A bordo della Kingdom of Bahrein, intercettata dai Pasdaran iraniani mentre veleggiava tra il Bahrein e Dubai, c’erano il presentatore radiofonico David Bloomer, Oliver Smith, Oliver Young, Sam Usher e Luke Porter, tutti di età compresa tra i 21 e 31 anni. Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, che oggi ha parlato della vicenda nella sua conferenza stampa settimanale, si è mostrato prudente. «Sui particolari della vicenda è in corso un’inchiesta - ha detto - e non appena vi saranno risultati, informeremo tutti».
A Londra però non si spengono i timori di un nuovo tracollo dei rapporti bilaterali, dopo le accuse di avere fomentato le proteste di piazza anti Ahmadinejad, dopo il voto presidenziale del 12 giugno. La Gran Bretagna, oltretutto, si è mostrata fra i Paesi occidentali più duri contro il programma nucleare iraniano.
Il timore è di vivere un altra crisi in fotocopia di quella del 2007, quando 15 militari della marina britannica, tra i quali una donna, vennero fatti prigioneri dai Pasdaran nelle acque dello Shatt al Arab con l’accusa di avere sconfinato dal vicino Iraq. I marinai vennero liberati 12 giorni più tardi, dopo essere stati sottoposti a una continua esposizione mediatica.
A sottolineare il clima di tensione vi è anche una manifestazione di studenti fondamentalisti indetta per oggi davanti all’ambasciata britannica a Teheran. I manifestanti hanno annunciato che chiederanno anche a Londra l’estradizione di un medico iraniano, Arash Hejazi, che tentò di salvare la vita di Neda Aqa-Soltan, la giovane uccisa il 20 giugno durante la repressione di una manifestazione a Teheran. L’uomo ha accusato i miliziani islamici Basiji di avere sparato. I promotori della protesta affermano invece che «l’assassino» di Neda è proprio Hejazi.