Cinquemila euro in più a famiglia non sono un male

La globalizzazione può far paura, ma fa bene all’Europa, alla sua economia e ai portafogli degli europei. Quanto? Cinquemila euro a famiglia, secondo uno studio dell’American Chamber of Commerce. I dati sono impressionanti e illustrano perché, nonostante la crisi dei mercati finanziari e gli allarmismi su una possibile recessione, la strada da percorrere è quella delle libertà economiche, dell’apertura dei mercati, delle riforme strutturali e del meno tasse.
Che cosa dice l’American Chamber of Commerce? Che gli europei hanno avuto vantaggi tangibili dalla globalizzazione e che c’è ancora un ampio margine di crescita. Può sembrare un paradosso, ma diversi Paesi dell’Unione europea - come Irlanda, Regno Unito e Finlandia - si sono adattati meglio degli Stati Uniti. Nel suo complesso, dal 1990 al 2006 la vecchia Europa a 15 - quella segnata da più rigidità e minor crescita economica - ha visto le esportazioni crescere dal 52 al 64 per cento. Altro paradosso apparente, l’Ue ha quadruplicato le sue esportazioni verso i Paesi in via di sviluppo: i nostri nuovi principali clienti sono Cina e India, a cui si aggiungono Russia, Medio Oriente ed Europa dell’est. Se non ci fosse la Cina - se i cinesi non fossero diventati più ricchi vendendo all’Europa magliette a 5 euro ma comprando dall’Europa tecnologia e prodotti di lusso - saremmo tutti molto più poveri. Insomma, la globalizzazione che fa paura è innanzitutto una grande occasione che deve ancora essere sfruttata appieno.
La paura è un facile argomento per conquistare l’elettorato conservatore, di destra come di sinistra. Ma la paura e la conservazione condannano l’Italia alla paralisi e alla sconfitta: possono far cambiare idea a chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese, ma non risolvono i suoi problemi. Ci sono infiniti casi recenti e passati: dalla conservazione di un sistema bancario chiuso che condanna gli italiani a pagare un punto percentuale in più sul mutuo della casa, alla paura della Cina che ha spinto la classe politica a chiedere protezionismo anziché puntare sulla trasformazione di interi settori produttivi. Certo, se esiste una strategia industriale, può essere utile e giusto mettere barriere temporanee e limitate che permettano ad alcuni settori nazionali di completare una transizione. Ma fare delle barriere e dei dazi una politica è un errore.
L’esempio del tessile è lampante: invece di innovare e proporre al mondo prodotti di alta qualità - il valore aggiunto del made in Italy, che purtroppo rimane ancora una nicchia - la maggior parte del tessile italiano ha cercato di vivere su una rendita lontana nel tempo. L’Italia ha continuato a produrre merce di media qualità, si è finto di non veder arrivare la Cina, la nostra classe politica ha continuato a proporre le quote e i dazi come soluzione, sperando che altri (Bruxelles) risolvessero il problema. Risultato: il tessile italiano sta scomparendo. Non è colpa della Cina, ma della nostra miopia imprenditoriale e politica.
Altri Paesi hanno subito la concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo. L’Irlanda è riuscita a ricrearsi un sistema produttivo nuovo, puntando tutto su servizi e ricerca e sviluppo, che le hanno garantito enormi investimenti stranieri. La Germania ha avuto la «sua» Cina europea: ha subito la delocalizzazione di interi settori nell’Europa centrale e orientale, ma la perdita di posti di lavoro è stata compensata dal rinnovamento dell’industria tedesca e dall’arrivo di lavoratori altamente qualificati. In parte anche l’Italia è stata in grado di superare le difficoltà: ci sono decine di settori (orafi, piastrelle, mosaici, concerie) che hanno saputo rinnovarsi e innovarsi, trasformando la Cina in un’occasione da sfruttare. Oggi la Cina, come tutti i Paesi dove sta emergendo una nuova classe sociale medio-alta (India, Russia, Est europeo), è un mercato potenzialmente enorme per il made in Italy, che verrà perso per sempre se ricominceremo a mettere barriere e dazi. Alla fine, il miglior modo per allontanare le paure, è governare la globalizzazione e il commercio attraverso le regole di mercato: solo quando un giocatore viola le regole - vendendo i suoi prodotti in dumping, cioè sottocosto - allora lo si punisce con misure di ritorsione.
Non è nascondendosi dietro la Cina e alla paura della globalizzazione che si risolvono i problemi dell’anziano con la pensione minima, del giovane precario o dell’operaio del tessile che ha perso il lavoro. Se l’inflazione è stata storicamente bassa nell’ultimo decennio è anche grazie alle magliette cinesi. Se una parte delle industrie europee è diventata molto più competitiva e ricca è grazie alla concorrenza indiana. L’Italia costituisce un’eccezione in Europa perché, salvo i cinque anni di governo Berlusconi, è mancata la volontà politica e il coraggio delle riforme, anche impopolari. Più libertà di impresa, più mercato, più liberalizzazioni vere, più privato e meno Stato, più servizi, più lavoro e meno statali, e soprattutto meno tasse sono indispensabili nel mondo che sta cambiando. Altrimenti arriveranno altri alibi, come la Banca centrale europea che non abbassa i tassi quando l’economia americana è in crisi.
La decisione della Bce di mantenere invariati i tassi di interesse è salutare per la congiuntura economica che sta vivendo l’Italia. In questo momento, per proteggere la nostra economia dall’aumento del prezzo del petrolio e dall’impennata dell’inflazione, non c’è altra scelta che un euro forte e una politica monetaria rigorosa. Tagliare il costo del denaro oggi sarebbe di corta veduta e di breve sollievo. Significherebbe aumentare la massa monetaria in circolazione e correre il rischio di una stagflazione potenzialmente devastante per tutta l’Europa. La storia dell’ultimo decennio ci insegna che solo quando gli altri ricominciano a correre, e in primis la Germania, l’Italia torna molto lentamente sulla buona strada. Il problema della crescita italiana non è un tasso al 4 per cento - ancora storicamente basso, nonostante il rischio inflazionistico attuale - ma la mancanza di riforme strutturali vere in grado di liberare le forze produttive e il capitale vivo e un sistema produttivo antiquato che non permette di beneficiare degli effetti positivi della globalizzazione. Basti vedere i risultati dell’ultimo biennio sotto il governo Prodi: nonostante tutta la propaganda sui conti in (dis)ordine, le (finte) liberalizzazioni e la ripresa (che non c’è), l’economia è bloccata e il Paese è ultimo in Europa per crescita.