Cinzia Leone: battute banali ma si ride di gusto

Giovanni Antonucci

La critica teatrale si occupa raramente degli spettacoli di cabaret. D'altra parte, il loro livello, con poche eccezioni, è assai mediocre, ma è anche vero che sono un fenomeno che non si può negare e che raccoglie un pubblico numeroso. Per giunta hanno un taglio politico quasi sempre a senso unico, con punte che con la satira e la comicità hanno poco a che fare, semmai con l'insulto e con la propaganda. Cinzia Leone, in Poche idee, ma molto confuse, in scena al Teatro dei Satiri di Roma e poi in tournée, è meno «politica» di altre sue colleghe e colleghi, anche perché ha l'ambizione di fare una satira di costume, la più difficile. Il problema è che i suoi bersagli sono facili, se non scontati: il reality show prima di tutto, ormai più falso della più fantasiosa fiction, i fumatori dopo il decreto Sirchia con il loro destino di carbonari, la campagna contro l'obesità, i telefonini con tutto ciò che rappresentano, le acconciature audaci dei parrucchieri e così via. In due ore circa di spettacolo non manca qualche battuta felice e graffiante, qualche situazione comica non scontata, soprattutto su quel male nazionale che è l'uso smodato dei cellulari, ma nell'insieme si vola basso. La simpatia e il mestiere dell'attrice coprono talvolta la fragilità dei testi, ma comunque non riescono a salvare Poche idee, ma molto confuse dai discorsi che si fanno al bar. Il pubblico però ride e applaude. Il cronista deve prenderne atto.