Il Cio alza la voce. Ma il percorso non cambia

da Pechino

Il Comitato olimpico internazionale alza la voce contro la Cina e per la prima volta si dice molto preoccupato e chiede una soluzione pacifica in Tibet. Ma la Cina insiste: la fiaccola dei Giochi, il cui giro del mondo si fa giorno dopo giorno più travagliato a causa delle proteste anticinesi, farà tappa a Lhasa, la capitale del Tibet.
«Il passaggio della fiaccola viene preso come obiettivo», ha detto il presidente del Cio Jacques Rogge parlando a Pechino ai rappresentanti dell’Associazione dei Comitati Olimpici Nazionali (Anoc). «Il Cio ha espresso seria preoccupazione e chiede una rapida e pacifica soluzione in Tibet - ha proseguito -. La violenza per qualsiasi ragione non è compatibile con i valori della fiaccola e dei Giochi olimpici».
Un invito, velato ma chiaro, a Pechino a riconsiderare la decisione di far passare da Lhasa la fiaccola olimpica. Pechino lo ha subito respinto. In una conferenza stampa convocata in tutta fretta, il responsabile per la comunicazione del Comitato Organizzatore Wang Hui, ha detto che la staffetta della fiaccola «è un evento sportivo e non deve essere politicizzato. Credo che su questo punto Rogge abbia la mia stessa opinione», ha aggiunto Wang.
L’inflessibilità cinese ha dato però un segnale di cedimento: per la prima volta, il telegiornale della notte della tv ufficiale Cctv1 ha brevemente accennato agli incidenti che hanno costellato il passaggio della fiaccola a Londra e a Parigi. La presentatrice del tg delle 22 locali (le 16 italiane) ha detto che «un piccolo gruppo di persone ha tentato di perturbare il passaggio della torcia a Parigi e Londra».
In precedenza erano andate in onda immagini del passaggio della fiaccola a Parigi, con una forte presenza di poliziotti e con l’inviato della Cctv che si rallegrava per «la calorosa accoglienza degli abitanti di Parigi, dei cinesi d’oltremare e degli studenti cinesi».
L’Anoc, in un comunicato diffuso poco dopo il pronunciamento di Wang, si è dichiarata contraria a «qualsiasi tentativo di usare i Giochi olimpici a fini politici» e si è impegnata «a proteggere fermamente il nome e l’immagine dei Giochi oltre al diritto degli atleti di partecipare a questo grande festival mondiale della gioventù». Quanto alla repressione nel Tibet, i Comitati olimpici nazionali si sono detti «fiduciosi che il governo della Repubblica popolare cinese si sforzerà di trovare, attraverso il dialogo e la comprensione, una soluzione equa al conflitto interno che affligge quella regione».