Ma il Cio si vergogni dei suoi giochi cinesi

Adesso che è finita, tutti a controllare non si sa con quali sofisticati sistemi la povera ragazzina cinese che naturalmente non ha sedici anni, chissà se ne ha quattordici; magari le tolgono la medaglia e sai che paura si mettono a Pechino, sai che macchia sul successo più smagliante e maleodorante della storia delle Olimpiadi, ma soprattutto dell’affermazione arrogante del potere. L’articolo perfetto di Filippo Facci ieri, e molti altri interventi, miei compresi, di critica alle Olimpiadi, ma anche all’atteggiamento dei governi europei, il nostro tra i primi, avrebbe concluso le necessità di sfogo del cronista. Sappiamo di non aver contato nulla una volta di più, ma una buona parte degli elettori italiani, e i lettori de il Giornale, certo non si sono divertiti a vedere passerelle di comunisti salutati come amici. Certamente il gesto di alcuni atleti di dedicare le medaglie al Tibet, assieme all’appello di alcuni esponenti politici importanti, il ministro Giorgia Meloni, l’onorevole Maurizio Gasparri, per un forte gesto anche simbolico di dissenso, ci hanno fatto sentire meno soli e mattacchioni. Sarebbe bastato poco di più per farci distinguere.
L’avrebbe concluso, non fosse che le parole del presidente del Comitato olimpico internazionale, ma nel suo piccolo anche quelle del presidente del Coni, Gianni Petrucci, stuzzicano la ferita ancora aperta. Nello stadio il presidente del Cio, Jacques Rogge, si è ritrovato nel palco d’onore accanto al presidente della Cina e segretario del partito, Hu Jintao, al primo ministro Wen Jabao, all’intera nomenclatura comunista che si godeva la medaglia più grossa. Liu Qi, presidente del comitato organizzatore, quello che aveva garantito completa libertà di informazione, ha ringraziato il Cio e ha ricordato che «atleti di 204 Paesi hanno gareggiato dando il meglio di se stessi in un ambiente di sportività. Il mondo necessita ora di collaborazione e sviluppo armonioso. L’Olimpiade di Pechino ha testimoniato che il mondo ha riposto fiducia nella Cina».
Tocca al grande capo Cio, e ci si aspetta qualche precisazione sul termine fiducia, appena arditamente usato. Magari ricordando che quando scelse la Cina, sbagliando criminalmente, nel 2001, ebbe a dire in interviste ufficiali, come una tristemente nota alla Bbc, che con le Olimpiadi la situazione dei diritti umani sarebbe migliorata, e aggiunse che il Cio, in caso contrario avrebbe preso dei provvedimenti. Invece parte la sviolinata. «Sono stati giorni meravigliosi. Attraverso questi Giochi - ha detto Rogge - il mondo ha imparato qualcosa sulla Cina e la Cina ha imparato qualcosa sul mondo».
Caro signor Rogge, l’associazione della stampa straniera in Cina ha denunciato «il ricorso alla violenza, le intimidazioni e abusi» contro i giornalisti. Sophie Richardson, di Human Rights Watch, ha dichiarato che «questi Giochi sono stati un catalizzatore di abusi, espropri, detenzioni, repressione politica e ripetute violazioni alla libertà di stampa».
Caro signor Rogge, i pechinesi ai quali lei ha pensato di portare brioches, sono stati in casa «per questioni di sicurezza»; 77 richieste di manifestazioni non hanno ricevuto permessi; dissidenti, attivisti, pastori protestanti, vescovi e preti cattolici sono stati arrestati; gli incidenti nel Xinjiang, gli striscioni e le scritte per il Tibet libero sono costati morti e torturati: leggi speciali per le Olimpiadi hanno imposto «rieducazione attraverso il lavoro» a chiunque parlasse con gli stranieri. Si sono moltiplicate le detenzioni senza processo.
Caro signor Rogge, la Cina che lei lascia è peggiore e più tetragona di quella nella quale ha voluto i suoi meravigliosi Giochi. Lei si porta addosso la vergogna storica di aver guardato dall’altra parte, di aver tacitato gli atleti, di aver cominciato e finito ribadendo la sciocchezza che vuole la democrazia abbinata nemmeno allo sviluppo, ma addirittura allo sport. Speriamo che questa sia stata la sua ultima Olimpiade, e che nei prossimi quattro anni anche il presidente del Coni trovi qualcosa di meglio da dichiarare che «erano 24 anni che non superavamo la Francia». A Londra, e God save the Queen, se non può salvare dai Rogge il povero popolo cinese.
Maria Giovanna Maglie