Cipriani ammette lo spionaggio «Ma non sono un prestanome»

L’investigatore toscano: «I 20 milioni di euro incassati sono prestazioni effettive»

Stefano Zurlo

da Milano

Due interrogatori in simultanea, come in un torneo di scacchi. A Busto Arsizio il Pm Fabio Napoleone ascolta Emanuele Cipriani, a Voghera Stefano Civardi e Nicola Piacente sentono Giuliano Tavaroli, l’ex responsabile security di Telecom, arrestato con Cipriani e 20 venti persone ormai dieci giorni fa. Finisce prima Cipriani, l’investigatore titolare della Polis d’Istinto, mentre la deposizione di Tavaroli va avanti a oltranza: dalle 11 alle 19, con una sosta per il pranzo e qualche inconveniente tecnico a rallentare il lavoro. Piacente e Civardi partono con i quesiti più elementari: chi ordinava a Cipriani le indagini? Tavaroli o qualcun altro? E Tavaroli sapeva delle corruzioni che facilitavano il lavoro? Lui delinea il quadro generale: in minima parte era lui a chiedere le prestazioni a Cipriani, ma spesso era la Security a volere il suo impegno per le diverse divisioni della Pirelli. Cipriani era un professionista autorevole.
A Busto Arsizio Napoleone pone domande per quattro ore circa, Cipriani ammette qualcosa ma non indietreggia. Napoleone vuole capire anzitutto come sia possibile che Cipriani abbia ricevuto richieste di lavoro per 20 milioni di euro, una cifra enorme.
Si trattava, almeno in parte, di prestazioni fantasma? «No - è la risposta decisa di Cipriani - le ricerche erano reali». Buona parte della discussione è proprio su questo punto: Cipriani cerca di dimostrare la consistenza dei dossier firmati dalla sua agenzia. Insomma, non è vero che lui e Tavaroli drenassero risorse e soldi alla Telecom.
Certo, ammette Cipriani, è vero che i termimalisti assoldati dalla banda degli spioni entravano nelle banche dati dei ministeri, è vero che estraevano notizie riservate, è vero che raccoglievano tabulati in teoria non consultabili. Ma Cipriani ci tiene a mandare almeno due messaggi; anzitutto lui lavorava davvero e non era solo una paravento per Tavaroli. Ancora, la sua Polis d’Istinto, pur disinvolta fino alla spregiudicatezza, non avrebbe mai danneggiato i clienti e non avrebbe mai screditato velenosamente nessuno. Cipriani si dipinge come uno 007 tutto d’un pezzo. Napoleone effettua dei carotaggi, come un tecnico, prima di dare il via ai lavori. Restano sullo sfondo alcune grandi questioni: davvero esisteva una sorta di triangolo composto dall’alto dirigente del Sismi Marco Mancini, da Tavaroli e da Cipriani? Una scuola di pensiero sostiene che Mancini dava gli input a Tavaroli che a sua volta li girava a Cipriani. Lui approfondiva e restituiva informazioni preziose. In questo modo Mancini sarebbe stato aiutato a fare carriera con la promessa, ovvia, di ricompensare gli amici. Un’altra ipotesi, tutta da verificare, è che la coppia Tavaroli-Cipriani brigasse per ottenere vantaggi personali.
Il settimanale Panorama ha scoperto che Tavaroli era fra i fondatori di una società del Delaware, negli Usa, e descrive il sogno infranto del manager: trasformare la Key Knowledge Management Network in una grande agenzia, capace di competere con l’arcinemica Kroll.
Come si vede, le variabili in gioco sono molteplici e la partita fra Pm e indagati si annuncia lunga. Cipriani è già arrivato all’interrogatorio numero cinque, conteggiando i tre a piede libero e quello di garanzia la settimana scorsa davanti al gip. L’impressione è che si possa ripetere una sorta di effetto Fiorani. Ricordate? Il banchiere lodigiano veniva ascoltato con impressionante continuità dai Pm e da più parti si sosteneva che la sua collaborazione fosse a dir poco imponente. Poi l’emersione dei verbali ha mostrato una verità più semplice: Fiorani parlava molto e diceva poco. Centellinava le sue rivelazioni, concedendo il meno possibile. Per ora, Cipriani ha scelto di non rivolgersi al tribunale del riesame, Tavaroli invece ha chiesto la scarcerazione alla Cassazione.