«A Cipro i turchi distruggono le chiese»

Il presidente cipriota Papadopoulos incontra il Papa e spiega: «Non ha avuto effetto la denuncia fatta all’Unesco sui luoghi di culto trasformati in stalle o night club»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

«L’Europa? Mica è un menù alla carta in cui si può scegliere... ». Pochi i peli sulla lingua di Tassos Papadopoulos, giunto ieri a Roma per incontrare Benedetto XVI, nell’analisi del tormentone Turchia nella Ue. Per il presidente cipriota le cose sono di una semplicità infinita: «Se domandi l’adesione alla Ue - spiega - sottoscrivi un quadro negoziale, no? A questo punto se Ankara vuole davvero entrare a far parte della famiglia non ha che da fare una sola cosa: rispettare gli impegni».
Secco, deciso, per nulla intenzionato a mollare. Ma anche molto puntuale nel negare qualsiasi malizia per il fatto che la sua visita in Vaticano abbia avuto luogo a ridosso della partenza del pontefice per la Turchia. «Non ne abbiamo proprio parlato della vicenda dell’adesione turca alla Ue», assicura.
E però, presidente, è anche vero che lei gli ha donato, oltre che una icona, anche una pubblicazione fotografica sulla distruzione di centinaia di chiese, cattoliche e ortodosse, che si sta realizzando nella Cipro occupata dai turchi...
«... perché una nostra denuncia all’Unesco non ha avuto effetto alcuno e così ci auguriamo che un suo autorevole intervento possa bloccare questa pratica ripresa con estremo vigore negli ultimi tempi, con la trasformazione di conventi e chiese in alberghi, night club, stalle... mi è parso di cogliere dolore nel volto di Benedetto XVI, anche se non posso dire quali siano le sue intenzioni a riguardo. Ma da sempre lo so impegnato per la salvaguardia dei luoghi di culto, a prescindere dalla religione che vi si pratichi».
Qualcuno, rispetto alla vostra attuale opposizione a un sì ad Ankara, si chiede perché non abbiate posto il veto quando siete entrati nella Ue. Con una sola parola mi dica: avete rinunciato perché pensavate che con la Turchia in Europa avreste potuto riottenere quel 38% dell’isola sottrattovi nel 1974?
«Sì».
Che cosa vi aspettate ora?
«Che Ankara rispetti i patti. Hanno sottoscritto o no un memorandum che avviava la pratica dell’adesione? Ci sono o no 35 capitoli che devono essere rispettati? Non è che possono pensare di accettarne qualcuno e qualcun altro no, non crede? O almeno non è questo che secondo noi può essere il messaggio che Bruxelles deve far circolare. E dunque si vada a un serio screening delle questioni aperte e poi si decida di conseguenza. Come mi pare abbia indicato la commissione Barroso giusto un paio di giorni fa».
Presidente Papadopoulos, ma lei cosa crede possano fare i turchi nelle 5 settimane rimaste prima del giudizio? Vede spiragli o no?
«Ho seri dubbi che riescano a fornire le risposte che l’Europa si aspetta, a giudicare dalle più recenti dichiarazioni del premier Erdogan e del ministro degli Esteri Gül. Hanno detto e ridetto che il riconoscimento di Cipro è fuori discussione. E allora di che possiamo parlare? Perché è fuor di dubbio che noi siamo tra i 25 e che sarebbe un assurdo perfino solo ipotizzare che qualcuno entri nella Ue mantenendo un corpo militare d’occupazione in un altro Paese dell’Unione, non crede?».
Non c’è però il rischio che a quel punto la Turchia faccia marcia indietro, lasciandovi non solo con un’isola spaccata in due, ma anche magari in prima fila davanti a un fronte islamico più largo e pericoloso?
«Erdogan continua ad affermare che il suo obiettivo è l’Europa. Anche i militari turchi lo sostengono. Io insisto: voglio credere alle loro parole. Proprio per questo e per il rischio che in Turchia finisca per prevalere l’integralismo, dovrebbero muovere più velocemente per le modifiche che da Bruxelles si continuano a reclamare. Che aspettano a farlo? Io non mi rassegno. Ma mi aspetto che tengano fede agli impegni assunti».
Al di là delle scelte di Ankara, cosa si aspetta materialmente che accada nel summit di metà dicembre a Bruxelles, dove capi di Stato e di governo discuteranno la questione?
«Io non sono per lo stop alle trattative. Sento parlare di sospensione, di congelamento temporaneo, ma anche qui vorrei che queste possibilità me le spiegassero per bene: perché e cosa si pensa di ottenere? Qualcuno in giro va dicendo che forse c’è chi spinge Ankara a proseguire nei suoi rifiuti, assicurandole che alla fine troverà lo stesso l’adesione. Spero non sia vero. Ma so con certezza che come noi abbiamo dovuto rispettare tutta una serie di impegni per essere inseriti nella Ue, pretenderemo lo stesso trattamento per la Turchia. Aspetteremo».
Quanto?
«Dieci, quindici anni. Chi può dirlo? Senza contare che a quel punto bisognerà vedere se ancora avranno intenzione di fare ingresso nella Ue».
Ma col Papa non ha parlato di questi temi...?
«No, gliel’ho detto: non era certo una visita strumentale, ma in programma da tempo. Diciamo che il pontefice ha sfiorato la questione mostrando la sua preoccupazione per l’assenza di dialogo tra i diversi credo. Lui ritiene che pace e stabilità possano essere raggiunte solo attraverso un confronto approfondito tra le fedi religiose e credo di capire che lavorerà molto in questa direzione. Mi ha detto che vuole andare in Terra santa per cercare di riaprire il dialogo e mi sono permesso a quel punto di suggerirgli una sosta anche a Cipro, dove San Paolo fu arrestato dai romani e dove c’è grande ricchezza di radici della tradizione cristiana. Verrà? Non me l’ha assicurato, ma io ci spero».
Tappa a Roma dal Papa e nessun abboccamento col governo italiano. Curioso. O no?
«No, questione di protocollo. Col governo di Roma abbiamo ottimi rapporti. Se poi si volesse ritagliarsi un ruolo di mediatore, visto il buon legame coi turchi, saremmo ben felici. Anche perché sanno perfettamente come la pensiamo».