Il circo dei baby atleti Budhia, in pista a 5 anni

Il piccolo maratoneta indiano parteciperà a una gara di 500 chilometri

da New Delhi

«Dov’era il governo quando mio figlio stava morendo di fame?». Sunita Singh, la madre del piccolo maratoneta dell’Orissa, ora scende in campo per difendere il diritto del bambino a correre e ad allenarsi «in vista delle Olimpiadi del 2016». Il caso di Budhia, il piccolo Forrest Gump indiano di 5 anni, continua a tenere la nazione con il fiato sospeso.
Dopo il divieto, imposto il 19 maggio dal locale Comitato per la salute infantile sulla sua partecipazione alla walkathon, una camminata di 500 km, «a causa delle temperature torride della stagione», l’allenatore Biranchi Das aveva accorciato la prova a «soli» 100 chilometri. Budhia ha promesso di correre unicamente al mattino presto e al tramonto, utilizzando un furgone per il resto della marcia. Il compromesso non avrebbe però convinto le autorità locali decise ad applicare il divieto con ogni mezzo legale. Nella convocazione davanti al Comitato la madre Sunita, ex lavapiatti così povera da essere costretta a «vendere» il figlio neonato, ha sfidato il giudizio degli esperti sulla salute del bambino. «Se io che sono la madre non mi sento in colpa, chi sono loro per imporre questo divieto?». Ha poi spiegato nei dettagli il programma del piccolo maratoneta che «non correrà più di un paio di ore al giorno».
Anche l’allenatore e tutore Das, accusato un anno fa di crudeltà su minore, è più che mai deciso a non fermarsi di fronte alla diffida. Budhia correrà alla maratona di 11 giorni che va da Bhubasnewar a Calcutta e che inizia il 6 giugno. Ci sono già decine di televisioni indiane pronte a seguire in diretta la nuova impresa. La pubblicità per Budhia e per la Fondazione che porta il suo nome è quindi garantita. Il mini campione era balzato agli onori della cronaca un anno fa per aver percorso 65 chilometri in circa sette ore, prima di essere fermato dai medici per sovraffaticamento e rischio di arresto cardiaco. L’impresa gli fruttò l’ingresso nel Limka book of record, la versione indiana del Guinness dei primati, alcuni contratti per spot televisivi e anche l’ipotesi di diventare protagonista di un film di Bollywood, la prolifica industria cinematografica di Bombay. Insomma una vera manna dal cielo per un bambino che altrimenti avrebbe seguito la sorte di milioni di altri costretti a mendicare per vivere, schiavizzati dai «padroni» o peggio ceduti per qualche migliaia di rupie ai trafficanti di organi.
Rimasto senza padre quando aveva sette mesi, Budhia fu venduto per 800 rupie (10 dollari), una somma rilevante in uno stato arretrato come l’Orissa, per permettere a sua madre di sfamare gli altri tre figli. Come racconta Das, l’istruttore di judo che ora è diventato il suo padre adottivo, fu per caso che scoprì il suo talento di maratoneta: «Per punizione gli dissi di correre intorno al tavolo fino a quando non sarei tornato a casa. Sono rincasato all’una e Budhia stava ancora correndo dal mattino».
Da allora non ha mai smesso di correre. Si allena tutti i giorni, tre ore al mattino e tre ore alla sera, senza mai stancarsi, così almeno si dice. Segue una ricca dieta a base di uova, riso, latte, datteri, papaia e frutta secca. Siccome conosce solo il dialetto locale dell’Orissa, è sempre il solito e inseparabile Das a fargli da interprete quando parla con i giornalisti, a cui ha confidato «che sarebbe fiero di correre per l’India alle Olimpiadi e di vincere una medaglia». Per una nazione di un miliardo e passa di abitanti che non ha particolari ambizioni sportive, a differenza dell’altro gigante cinese, la vicenda di Budhia tocca le corde profonde dell’orgoglio nazionale. Per questo, nonostante l’opposizione dei medici e dei tribunali dei minori, il piccolo maratoneta continuerà a macinare chilometri sotto le sue scarpe e a portare qualche spicciolo alla famiglia. Meglio così - pensano in molti - che la miseria di tanti piccoli indiani comunque sfruttati dagli adulti che non hanno avuto la fortuna di avere le ali ai piedi.