«Ciruzzo ’o milionario» era tornato a casa per fare la pace

In sei mesi 50 omicidi: tra le vittime della faida anche donne e innocenti. Da 25 anni il capoclan era irreperibile

Carmine Spadafora

da Napoli

«Lo abbiamo preso». È l'urlo degli uomini del Ros, che annuncia l'arresto di Paolo Di Lauro, uno dei boss più sanguinari di tutti i tempi della camorra napoletana. È l'alba di venerdì, quando, i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, mettono le manette a Di Lauro, il famigerato Ciruzzo 'o milionario, il signore della droga, l'uomo delle stragi e della faida, che in sei mesi ha provocato una cinquantina di omicidi tra Secondigliano e Scampia, quartieri a nord di Napoli ma anche a Melito, Mugnano e Casavatore, comuni «satellite» nella guerra per il controllo delle cosiddette piazze della droga.
Si nascondeva a Secondigliano, «'o milionario», a poche decine di metri da casa sua, come si conviene ad un boss potente e rispettato. I Ros lo hanno scovato in casa di Fortuna Liguori, 40 anni, la donna di un gregario di Di Lauro, da mesi in carcere. I militari, dopo avere circondato l'edificio dove il boss si nascondeva, hanno bussato alla porta di casa Liguori: Di Lauro ha capito che ormai era sconfitto. «Venite, sono calmo, state tranquilli», ha detto il camorrista. Tutto si è svolto in pochissimi minuti: le manette, poi la corsa in caserma, al decimo Battaglione, a poche centinaia di metri dal bunker del latitante.
Gli investigatori sono arrivati a Paolo Di Lauro, 58 anni, attraverso una serie di appostamenti e pedinamenti. Il sospetto che il capocamorra si nascondesse nella «sua» Secondigliano, era una eventualità che i Ros non avevano mai scartato.
E proprio grazie ad uno di questi pedinamenti, che gli investigatori sono arrivati ad individuare il nascondiglio del boss super ricercato: la casa di Fortuna Liguori. Un particolare ha insospettito i militari del Ros: nelle buste della spesa, che la donna ogni giorno portava a casa, si intravedeva sempre qualche confezione di salmone o di una specialità di pesce, la «pezzogna». Beh, un buon investigatore, se vuole prendere le «prede» più sguscianti, deve innanzitutto conoscerne le abitudini, le debolezze, i vizi. Il salmone e la «pezzogna», infatti, rappresentano uno dei «peccati di gola» di Paolo Di Lauro.
Il boss era ricercato in base a due ordinanza di custodia cautelare, entrambe recanti le medesime accuse: associazione mafiosa e traffico internazionale di droga. Dei due processi, uno è in corso presso la quarta sezione del Tribunale, l'altro è alle fasi conclusive dell'indagine preliminare.
La faida di Secondigliano era esplosa alla fine di ottobre del 2004, ed è continuata fino a marzo scorso. Una cinquantina di omicidi, decine di ferimenti, attentati ai negozi, assalti alla polizia mentre erano in corso arresti o perqusizioni. Ma, puntuale, è stata anche la risposta dello Stato: oltre 150 arresti in sei mesi, i vertici delle due bande decapitati: prima i «numeri 2», poi i «numeri 1».
Gli esperti sostengono che a provocare la faida tra dilauriani e scissionisti, sarebbero state le manie di «ringiovanimento» della cosca, voluta dai figli del boss, Cosimo, Marco e Nunzio. Un cambio della guardia imposto soprattutto da Cosimo Di Lauro, reggente della cosca a causa della latitanza paterna. Tentativo di ringiovanimento respinto a colpi di pistole e di mitra dai «vecchi» del clan. Ma è stato proprio l'arresto di «Cosimino», a costringere il boss a ritornare a Secondigliano, per riprendere in mano le redini della banda e ricompattarla. E fino a ieri era tornata la pax camorristica nel «pentagono» della morte: nelle piazze si spaccia senza il rischio di cadere in una imboscata dell'una o dell'altra cosca. Soddisfatto il pm della Dda, Giovanni Corona, coordinatore dell’inchiesta sul clan Di Lauro: «Sono felice, con l’arresto di Paolo Di Lauro il cerchio si è chiuso. Ma per ricostruire Secondigliano ci vuole l’impegno delle istituzioni».