Citigroup ritorna al profitto e dà una scossa alle Borse

FEDERAL RESERVE Bernanke chiede una modifica drastica delle regole di vigilanza

Il cuore finanziario malato di Citigroup ha battuto due colpi. Battiti sani, finalmente: a gennaio e febbraio la banca non ha sconfinato nelle sabbie mobili delle perdite. Dopo il buio, durato mesi e costato 27,7 miliardi di “rosso” nel 2008, l’utile è ricomparso. A testimoniarlo, un memorandum inviato dal numero uno Vikram Pandit ai vertici del gruppo per rammentare che quel risultato è il migliore dal terzo trimestre 2007, ovvero dal periodo in cui il virus dei mutui sub prime stava cominciando a produrre effetti nefasti sul sistema finanziario.
Il “post-it di Pandit ha compiuto ieri rapidamente il giro delle Borse, percorse da una scossa benefica del tutto visibile nello score finale degli indici, tutti oltre il 4%. Un rialzo senza esitazioni tanto a Wall Street (+5,8% il Dow Jones, +7% il Nasdaq), quanto in Europa, dove i guadagni hanno oscillato dal 4,88% di Londra fino al maxi-progresso di Piazza Affari, a un soffio da un +6%. Già al mattino Hong Kong aveva segnato guadagni superiori al 3%, grazie a un balzo del 13,94% del gigante globale del credito Hsbc. Proprio i titoli bancari sono stati i veri protagonisti della giornata, con lo Stoxx di categoria che ha messo a segno nel Vecchio continente un rotondo +12%. Ancora meglio, a Milano, si sono comportate Intesa SanPaolo, ripartita con un +15,71%, e Ubibanca (+12,2%), mentre Unicredit si è allineata alla media (+11,99%).
Il ragionamento alla base del rally borsistico di ieri è elementare, ma non privo di logica: se un grande malato come Citi dà segnali di risveglio, allora significa che le continue trasfusioni miliardarie da parte del governo, recentemente salito al 36% nel capitale del gruppo creditizio dopo i due interventi effettuati in precedenza, non si stanno rivelando inefficaci come si temeva. La scorsa settimana, non a caso, si era scatenato un vero e proprio tiro al bersaglio sui titoli della banca, finiti per la prima volta sotto quota un dollaro. A fine seduta, ieri, le azioni dell’istituto valevano invece 1,45 dollari grazie a un recupero del 35,2%.
Un fuoco di paglia? Per capirlo, bisognerà valutare l’andamento dei listini nei prossimi giorni. Di sicuro, anche dopo il colpo di reni di ieri, i mercati segnano ancora perdite nell’ordine del 20% da inizio anno, con punte di oltre il 30% a Milano. E il clima economico a livello mondiale resta fortemente perturbato, come ricordato ieri dal numero uno del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Khan, che non ha esitato a parlare di una grande recessione globale.
Dagli Stati Uniti, inoltre, sono arrivate anche ieri cattive notizie. United Technologies ha annunciato il taglio di 11.600 dipendenti, a conferma di quanto il nodo del mercato del lavoro, dove il tasso di disoccupazione potrebbe toccare il 10% (ora è al 7,6%), resti intricato e rimanga una delle sfide più impegnative per l’amministrazione Obama. Quanto alla stabilizzazione dei mercati, ritenuta necessaria per una ripresa sostenibile dal presidente della Fed, Ben Bernanke, ben poco si concilia con l’allarme lanciato ieri da Moody’s. Secondo l’agenzia di rating, 283 società quotate a Wall Street sono ad alto rischio di default, ovvero di insolvenza. Tra queste, General Motors, Chrysler, Kodak e American Airlines.
È del tutto evidente che da questa crisi l’intero sistema finanziario uscirà cambiato. Bernanke, parlando ieri davanti al think tank del Council of foreign relations, ha chiesto di modificare «drasticamente» le regole di vigilanza sui mercati in modo da «evitare gli eccessi» e invocato un maggiore coordinamento a livello internazionale nell’azione di riforma delle regole. Il successore di Greenspan ha inoltre proposto norme più severe per i fondi monetari, ma - soprattutto - ha richiamato l’urgenza di metodi di sorveglianza «più rigorosi» per le «società troppo grandi per fallire».