Città addormentata Ma le potenzialità e i capitali ci sono

Lei, caro Direttore, ancora una volta ritorna in modo analiticamente lucido ed elegiaco insieme sulla situazione della nostra città, che sembra galleggiare e non mai decidersi a ripartire per tornare ad essere un centro di sviluppo economico, civile e culturale quale essa fu e quale può essere ancora riproducendo in maniera originale il proprio passato. Amare Genova significa effettivamente sentirla altresì matrigna (e direi che la città da parecchi decenni è tale, sgombrando il campo da qualsiasi pregiudizio propagandistico). Genova si è venuta via via ridimensionando, non essendo più un polo di sviluppo ma di stagnazione. È subentrata in essa un'opera di razionalizzazione promossa sulla base dell'esistente (non più in crescita) che, pur imposta dalle necessità contingenti, non poteva non precludere una volontà ferma di riscatto di fronte alla prospettiva del declino. Si galleggia dunque e si slitta, senza per questo progredire. Il fatto che la città sia addormentata non la rende meno bella. Le potenzialità (e i capitali) ci sono ma l'energia latente non si sprigiona e non diventa combustibile efficace per stimolare una ripresa significativa. Possiamo forse adattare ai genovesi quel che viene detto nella trascrizione cinematografica del romanzo breve di Leonardo Sciascia (Una storia semplice) a proposito del rapporto fra la Sicilia e i siciliani? Che l'isola è bellissima ma che gli abitanti lasciano parecchio a desiderare. Credo di no, perché nell'ambito dell'italianità insistono storie diverse cioè stratificazioni di civiltà differenti. I genovesi (e per estensione i liguri) hanno affermato e riaffermato (nel loro mondo a parte) virtù e difetti peculiari che, pur nelle trasformazioni di lungo termine, continuano a delinearsi visibili e invisibili nel nostro presente individuale e collettivo.
La nostra città non riesce a risollevarsi perché a fronte di un forte degrado economico avvenuto nei decenni precedenti non fu possibile allora in essa realizzare vaste e profonde sinergie corali ma soltanto complicità basate su utilità particolari. In altri termini si instaurò - nell'ambito della costante forma di complicità - una forte reciproca diffidenza fra la nuova rappresentanza politica e le forze economiche private di questa città che già nel periodo in cui governava la vecchia D.C. (e poi il centrosinistra, fino al 1976) avevano sempre manifestato significativi timori per un governo di «piccoli giacobini arrubinati». Chi intuiva che le cose avrebbero potuto andare in tutt'altra maniera o non aveva voce in capitolo (vox clamans in deserto) o, per altri motivi, non ritenne che tale percorso avrebbe potuto essere fecondo (con una modalità accelerata). Prevalse l'andamento a scartamento ridotto (e quel che poteva essere un difficile ma breve periodo divenne invece la norma nei decenni, tanto da diventare la condizione stabile del genovesato). È questa una storia non semplice e deve averla ben chiara la nuova classe dirigente che in prospettiva (a breve termine) il centrodestra (in un modo o nell'altro) deve riuscire a porre in campo, consapevole che una parte di essa deve inevitabilmente (con la dovuta prudenza) fare esperienza. L'obbiettivo è quello di liberare le potenzialità che a Genova ci sono senza costringerle ad emigrare ancora una volta (capitali e forza lavoro). Si tratta quindi di avviare una forma di riconciliazione sociale nell'ambito della produzione (e così nella cultura e nella politica) avendo consapevolezza che, pur nell'alternanza - talora prevedibile, talora imprevedibile - dei momenti storici, la collaborazione delle classi produce ricchezza (e non la distrugge) e aumenta dunque i capitali (pur insistendo il perenne problema della redistribuzione del «valore» numerario conseguito). Suggerirei alle forze politiche di centrodestra (e più in generale alle altre) di ritornare a trarre ispirazione dalle concezioni di uno straordinario figlio di questa terra (ancorché nato a Parigi e vissuto, oltre che in Italia, a lungo anche in Svizzera, dove fu docente universitario a Losanna).
Vilfredo Pareto visse in tempi tumultuosi mantenendo la mente lucida per non farsi travolgere dal moto ondoso avverso alla civiltà borghese e liberale che nella sua rigidezza antica barcollava a causa del primo conflitto mondiale e delle conseguenze della rivoluzione sovietica d'Ottobre (1917). Nessuno naturalmente è tenuto a giurare su nessuno e tuttavia la concezione liberista e liberale, attuabile nelle forme utili compatibili con il nostro contesto storico può ancora essere motivo di ispirazione per una realtà della politica che da noi è stata ( nonostante il profluvio di chiacchiere) indifferente se non ostile (a tale concezione), in periodi storici, nei quali sembrerebbe naturale proprio il contrario.
Sono paradossi della società italiana (e anche di quella genovese) che dovremmo cercare di non dimenticare.