CITTÀ IN CAMPAGNA La periferia che fa centro

«Forse hanno ragione i sociologi che parlano di una confederazione di poche megalopoli»

Per diversi anni ho avuto il privilegio, o il lusso, di viaggiare molto per l’Italia. Dappertutto ho incontrato un mondo in cambiamento, a causa sia dell’immigrazione sia di una vita globalizzata che nel giro di pochi anni ha stravolto le abitudini delle persone, anche nei luoghi più remoti del Paese.
In tanti anni ho imparato che la vita - in senso sociale - si esprime non tanto nell’atto della conservazione sic et simpliciter, quanto nella capacità di farlo creando cose nuove. E questa è, probabilmente, la sola cosa non programmabile che esista.
Per questo, nei miei articoli sull’Italia ho sempre cercato, vincendo un classico pregiudizio giornalistico, di privilegiare la «vita» rispetto ai «problemi» considerati come entità a sé stanti. E così, parlando di Napoli, ho ritenuto giusto non lasciare che il discorso su questa città si componesse solo di problemi endemici (leggi: camorra, piccola delinquenza diffusa ecc.) o di «emergenze» (leggi: rifiuti). Era necessario ascoltare la sua vita, che nonostante tutto continua a raccontarsi.
Per il resto, è tempo - a mio parere, ma non soltanto mio - di far saltare molti stereotipi mentali. Uno di questi è la distinzione tra «città» e «provincia», o tra «centro» e «periferia». A Milano incontro la periferia in piazza Duomo e il degrado nella super-chic zona Brera, mentre ho incontrato un vero centro in località come Crescenzago, o Villapizzone. Uno sguardo diverso sul mondo che ci circonda genera storie diverse. E l’attuale successo di tanta letteratura di genere dimostra, proprio per il suo ricorso a questo o quel cliché, di essere oggi in difficoltà su questo versante.
Vorrei concludere questo mio approccio al racconto dell’Italia con due immagini contrastanti ma molto indicative.
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Lo sanno tutti. Lo sanno i turisti francesi, inglesi, tedeschi, americani. Lo sanno le rockstar. Lo sanno i divi di Hollywood. Lo sanno stilisti e modelle. La Toscana è la terra più bella del mondo.
Molti la separano mentalmente dall’Italia, nel senso che non sanno nemmeno se sia in Italia oppure no. È n’altra cosa. Mio cognato Mike, londinese trapiantato a Milano, me lo conferma: «Per noi è sempre stata Toscana e basta». I prezzi al metro quadrato lo confermano. Cifre da capogiro. I più ricchi investono anche in terreni agricoli, per produrre il vino, possibilmente il «proprio» vino, da esibire sulle tavole delle loro ville americane.
Ma l’ammirazione per la straordinaria bellezza e varietà del paesaggio toscano si accompagna subito a un sentimento di solitudine. Possiamo chiamarla ancora «campagna»? O questa campagna si è trasformata, piuttosto, in un immenso quartiere residenziale con molto verde, dove la precarietà delle comunicazioni (poche strade, strette e, spesso, non asfaltate) si paga come un valore aggiunto?
Nel senese, per esempio, la gran parte dei casali - che ospitarono una grande civiltà e furono edificati secondo una sapienza e un rigore antichissimi - sono o stanno per diventare altrettante case di vacanza. M’informo sui prezzi a Siena, a Pienza, a Montepulciano, e devo stropicciarmi gli occhi. Non ci credo. Della bellezza di quei casali, dettata da una cultura secolare capace di formalizzarsi in regole, proporzioni, dimensioni, resta il guscio vuoto. Lo ammiriamo e non sappiamo perché. È come ricevere un mazzo di fiori senza curarci di chi ce l’abbia inviato. Tanto, ci penserà l’architetto a...
Insomma, ha ancora senso parlare di «città» e «campagna»? Forse hanno ragione i sociologi e i geografi che leggono ormai l’Italia come una confederazione di pochissime megalopoli (la più grande, con Milano al centro, conterebbe 22 milioni di abitanti). Questa nuova situazione presenta diverse ricadute negative. Una, di tipo culturale, riguarda l’idea di bellezza come di qualcosa di vuoto, come una confezione, senza rapporto con la sua origine e la sua storia. E questo riguarda tutti, cittadini o campagnoli, periferici o centrali che siamo.
Un’altra ricaduta riguarda l’idea di «natura». La terra toscana non è più chiamata a produrre di che vivere per quelli che ci vivono. Il mercato globalizzato esige olio e vino, e quello si produce, ma non tutti i terreni di Toscana sono adatti a queste colture. Così esistono zone, per esempio sulle coste dell’appennino mugellano, che tornano selvatiche. Coltivarci il grano e l’orzo è troppo dispendioso.
Ma selvatichezza non significa tanto orsi e lupi (sull’appennino si è rivisto, in effetti, qualche lupo) ma inaridimento. Non è colpa soltanto dei piloni della Tav se nel Mugello le sorgenti si seccano. Terreno selvatico vuol dire vegetazione rinsecchita, pochi animali - si sentono più uccelli cantare nel centro di Milano - e, quindi, una propensione all’edificabilità che aspetta soltanto una decisione politica.
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Tre o quattro anni fa mi trovavo, a fine agosto, alle cinque del mattino, in macchina, nella Sicilia occidentale, in compagnia di un ragazzo di Palermo che mi stava accompagnando all’aeroporto Falcone e Borsellino.
Aveva venticinque anni, stava finendo l’università, ma intanto lavorava con suo padre, piastrellista. Poi, siccome desiderava sposarsi al più presto e perciò cercava di mettere via un po’ di soldi, la sera girava per locali a suonare musica siciliana con gli strumenti tradizionali. Gli chiesi di che strumenti si trattava, e lui elencò una serie di nomi misteriosi. Gli domandai allora se erano in molti a fabbricare questi strumenti, e lui rispose che, per quanto riguardava Palermo, era rimasta una sola persona: lui stesso.
C’era un vecchietto che li fabbricava, e questo ragazzo si prese l’anno sabbatico dall’università e andò da lui a imparare il mestiere. Poco tempo dopo il vecchietto morì e questo ragazzo restò l’unico (secondo lui) o comunque uno dei pochissimi a conoscere l’arte per la fabbricazione di quegli strumenti.
Non posso giurare che ciò che mi ha raccontato quel ragazzo sia vero. Ma qui, come spesso accade, il racconto in se stesso non è meno importante della sua veridicità. Può darsi che questo ragazzo fosse informato male, che altri a Palermo fossero a conoscenza del suo segreto, ma questo che importa? A me importa di avere incontrato una persona che aveva a cuore la sua vita. Ci vuole un bell’amore per la vita, quando si è belli e giovani e si ama il rock (per tutto il viaggio lo stereo sparò i Pearl Jam a tutto volume), per fare quello che faceva questo ragazzo.
Una volta salito sull’aereo, ho ripensato a lui e, come il lettore può ben vedere, continuo a pensarci. L’incontro con questo ragazzo è stato il primo di una lunga serie che ha cambiato il mio modo di guardare il paesaggio umano e quello urbano, persuadendomi che parole come «centro» e «periferia» stavano diventando prive di significato.
È sempre centro là dove esistono persone come questo ragazzo, capaci di attingere alla vita (che è storia, valori, tradizione, saggezza, esperienza, cultura) e di generarne altra. Ed è sempre periferia là dove questa vita viene negata o non viene aiutata: allora dominano le ristrutturazioni, la ricchezza egoista, i fast food.
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L’Italia è un Paese ricchissimo di radici ancora vive. Questo, però, la cultura italiana sembra non capirlo più. Non lo capiscono gli intellettuali, non lo capiscono gli scrittori, lo capiscono poco anche i giornalisti e i politici. Chi è titolare del racconto di questo Paese cerca di suonare un’altra musica e non ascolta più la musica del Paese, il racconto che il Paese fa di se stesso. Non lo capiscono più nemmeno quelli che stilano i rapporti sul benessere in Italia, dove la misura del benessere viene fornita in base al pil e all’accessibilità ai servizi da parte del cittadino.
Tutte le volte che trattiamo una città come un’«emergenza» noi, senza accorgercene, commettiamo un delitto, perché non facciamo altro che invocare il potere, quale che sia, in grado di risolvere l’emergenza. Ci vogliono le decisioni, si dice: i programmi, le competenze, eccetera eccetera. Eppure, come diceva Mario Luzi, il grande poeta dimenticato in fretta, basta toccarle, quelle radici, che subito germogliano. Nei secoli scorsi, chi veniva al mondo qui da noi incontrava una proposta di vita precisa: città con al centro la chiesa col campanile, o il palazzo signorile, più spesso l’uno e l’altro, in rapporto drammatico tra loro. Da lì si irradiava la vita.
Oggi non è più così. Dobbiamo accettare una maggior frammentazione, durate inferiori. Eppure i centri non mancano, e talvolta la politica se ne accorge, e assume - anziché il solito volto arrogante - una funzione di servizio, che è poi il suo vero volto. Questo succede quando un gruppo di persone comincia a porsi seriamente il problema del proprio benessere, che non si misura dalla ricchezza o dai servizi offerti sul territorio (trasporti, sanità, scuola, verde pubblico, cinema, teatri ecc.) ma dalla possibilità che un uomo ha - talvolta prendendosela da solo - di dare quello che ha da dare. Il benessere è dare, non solo ricevere.
E, in questo - nonostante tanti racconti sbagliati - l’Italia continua a esserci.
(20. Fine)