Città chiuse per ferie, ma i negozi aperti vengono multati

I paradossi d'agosto. A Roma costretti
a non lavorare: sanzioni di oltre mille euro per aver aperto senza autorizzazione comunale.
<a href="/a.pic1?ID=200098" target="_blank"><strong>Il caso di un panetterie</strong></a>. A Torino obbligati
a servire i clienti<br />

Roma città aperta? Non proprio. Serrande abbassate, bar chiusi, negozi dalle vetrine spente su cui campeggia il fatidico cartello «Buone ferie, riapriamo il 27 agosto». A leggerlo, sconsolati turisti. Vagabondi sotto il solleone, in cerca di un locale dove mangiare un panino. Esplorano il deserto, insieme ai romani rimasti nella Capitale, che non sanno più dove andare a far la spesa. Solo qua e là c’è qualche isola di salvezza.
Ma quei pochi, eroici, commercianti che hanno trovato la voglia e il coraggio di alzare la saracinesca proprio a Ferragosto sono stati subito bacchettati sulle dita: una bella multa di oltre mille euro, per aver aperto senza autorizzazione comunale. La normativa prevede la serrata totale nel giorno clou dell’estate. Unica eccezione, gli esercenti della zona di Ostia, cui è permessa l’apertura perché in zona turistica-balneare. Mentre Gianni Riposati, malcapitato fornaio che ha la sua bottega vicino a Fontana di Trevi, in pieno centro storico, si è beccato 1.300 euro di multa. Come se quella non fosse zona altrettanto turistica.
E qui sta la contraddizione. Ogni anno la stessa storia: polemiche per le grandi città «chiuse per ferie» e i conseguenti disagi provocati a chi non parte, agli anziani e ai visitatori. Sindaci che accusano i negozianti di egoismo, solite paginate sui giornali e rubriche «salvagente» che riportano preziosi indirizzi di negozi alimentari e servizi rimasti aperti. E poi, a far chiudere d’autorità è proprio la «mano» del Comune: i vigili urbani. Così si scopre che l’Urbe non è una una città turistica. In pratica, secondo Veltroni, non rientra nelle deroghe concesse dal decreto Bersani alle zone balneari o turistiche, o alle città d’arte.
Altrove il copione si ripete, soprattutto al Nord: le strade di Milano, Bologna, Torino diventano spettrali ogni estate. Eppure Milano ha superato gioielli come Venezia e Firenze per numero di presenze negli alberghi. È seconda, dopo Roma, con 7,8 milioni di viaggiatori. Scopre così un’inedita vocazione turistica: il settore è cresciuto del 25% negli ultimi due anni. Ma la città della Madonnina non sa approfittarne, e conquista, come ogni anno, la maglia nera per il fenomeno «fuggi fuggi». Pochissimi i ristoranti aperti, negozi chiusi fino a settembre, persino nel quadrilatero del lusso. Uno spettacolo che non è piaciuto a Letizia Moratti, che ha «strigliato» i commercianti e il mondo della moda. «Milano può e deve offrire di più, anche in agosto», ha tuonato il sindaco, promettendo un piano per il turismo. Ma c’è da pensare anche alla popolazione anziana: in questo caso, servizi disponibili uguale sopravvivenza.
Ancora più risoluto contro l’«emergenza agosto» il sindaco di Torino, che ha imposto l’apertura agli esercenti. Sergio Chiamparino «costringe» i negozianti ad alzare le serrande, insomma. Da Roma a Torino, da un paradosso all’altro.
Al Sud va un po’ meglio. Bisogna ringraziare il mare, il clima e le spiagge se nelle regioni meridionali le città non sono fantasmi e la media di alimentari aperti sale al 45%. Ma anche in un centro come Napoli non sono mancate le discussioni. Botta e risposta tra l’assessore al Turismo, Valeria Valente, e il presidente dell’Ascom napoletano, Antonio Pace. Rituale scambio di accuse: i commercianti abbandonano la città. Ma, d’altro canto, le amministrazioni locali non fanno abbastanza per attrarre turismo di qualità. Perché il problema è anche quello dei visitatori «mordi e fuggi», che non spendono in città e si limitano a visitare musei. E se il cliente non arriva, perché tenere aperto?