Una Città Eterna regale e visionaria

Nica Fiori

Pur essendo veneto di nascita, Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) ha legato il suo nome come pochi altri alla Roma del Settecento, perché di essa ha dato nelle sue incisioni una visione esauriente e affascinante, contribuendo a renderla la città prediletta dai viaggiatori del Grand Tour.
Fino al prossimo 25 febbraio la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma ospita nel Museo del Corso (via del Corso 320) la mostra «La Roma di Piranesi. La città del Settecento nelle Grandi Vedute», incentrata sulla serie completa delle «Vedute», 135 tavole di straordinaria bellezza provenienti dalla famiglia dei duchi di Wellington. Accanto a questo importantissimo nucleo, sono esposti altri capolavori di numerose collezioni pubbliche e private, tra cui alcuni disegni esposti a Roma per la prima volta, due dipinti inediti di Giovanni Paolo Pannini da poco acquistati dalla Fondazione; sculture e modelli architettonici settecenteschi e un taccuino del giovane Piranesi, che con i suoi schizzi e appunti, scannerizzati in un video, permette di entrare nei processi creativi della sua mente. Le Vedute di Roma sono state eseguite nell’arco di trenta anni. Troviamo i grandi monumenti antichi, le piazze e le chiese principali, ma anche angoli meno noti che permettono di ricostruire la città in un momento di grande splendore e rinnovamento. Particolarmente interessante è la mappa piranesiana di Villa Adriana, restaurata per l’occasione in piena sintonia con l’amore del maestro per la conservazione dell’antico, di fronte al quale egli si pone con un atteggiamento di sacro rispetto, e quasi di timore. Secondo il soprintendente per il Polo Museale Romano Claudio Strinati, «Piranesi ha l’intuizione che la città antica è un monito spirituale: è come un vento che viene dal passato e continua a soffiare nella città moderna».
Piranesi, trasferitosi da Venezia a Roma nel 1740, divenne uno dei pionieri dell’archeologia romana, e forse il massimo illustratore del fenomeno antiquario esploso nel Settecento. Egli era l’artista delle rovine per eccellenza, ardente ricreatore della grandiosità del passato, del quale offriva nelle sue tavole incise un’immagine reale, ma allo stesso tempo visionaria. Le sue preferenze andavano sicuramente all’arte romana, e per la supremazia di questa su quella greca si battè contro altri studiosi quali Winckelmann, ma a un certo punto si lasciò ammaliare anche dall’arte egizia, come si vede nelle decorazioni del perduto Caffè degli Inglesi, ricostruite in mostra.
Artista complesso e versatile, egli esprime nelle sue opere una formazione illuminista, ma anche un atteggiamento romantico e un linguaggio compositivo che si rifà al barocco e, andando più a ritroso, al manierismo. Piranesi, più che incisore, amava definirsi «architetto», anche se in realtà realizzò soltanto il Complesso del Priorato di Malta sull’Aventino. Una sezione particolare è dedicata proprio a Piranesi architetto, con la ricostruzione multimediale di progetti architettonici non realizzati, come l’abside della basilica di San Giovanni in Laterano, e di insiemi decorativi andati distrutti. Un’altra sezione è dedicata alla sua attività di produttore, editore e venditore di stampe, nata per soddisfare le esigenze di tutti quei turisti, soprattutto inglesi, che volevano portare in patria un ricordo tangibile della città eterna.
Orario: 10-20. Lunedì chiuso.