La città laboratorio dove l’integrazione è un mito

nostro inviato a Brescia
Non è razzismo. O almeno giuri che non lo è e speri che non lo debba diventare. È spirito di osservazione, piuttosto. È che ti accorgi che qui, più che altrove, le cose sono tanto, ma tanto diverse. È che proprio in un giorno di mezza estate, con tanta gente di qui ancora in vacanza, ti puoi rendere conto di come questa città, Brescia, sia profondamente cambiata.
Lo dicono gli abiti: turbanti sikh, sahri bengalesi, camicioni pachistani e tuniche senegalesi. Lo ribadiscono insegne e vetrine. Così, sul bloc notes, ti segni un kebab-bar al posto del McDonald's, draghi di ceramica e lanterne rosse in luogo delle vecchie mercerie, una pizzeria con l'insegna a ideogrammi da dove esce musica del Celeste Impero, un riparatore di tappeti orientali, un ufficio per le telefonate in tutto il mondo e sull'altro lato un negozio nepalese. E tutto in una cinquantina di metri, via Solferino e dintorni, zona stazione, dove anche i balordi locali, alticci di vino o «fatti» d'altro, si stringono fra loro, spaesati, quasi sentendosi minoranza.
«È la conseguenza dello straordinario volume della domanda di lavoro rispetto all'offerta locale. È un fenomeno non solo urbanocentrico, ma che riguarda l'intero territorio, dove contiamo 130mila immigrati, di cui 110mila regolari», fotografa la situazione il segretario generale della Camera del lavoro, Dino Greco. «Su poco più di un milione di abitanti, significa il 12%, comprendendo nel computo neonati e ultranovantenni», aggiunge conscio che la percentuale sia una delle più alte d'Italia. «Ma teniamo conto - ricorda - che senza di loro, con l'attuale processo di denatalità, la nostra crescita sarebbe zero. E non dimentichiamo che là dove il tessuto sociale invecchia, il capitale inevitabilmente fugge. E allora?».
Certo, Greco non si nasconde le difficoltà dell'integrazione. «Sì, in fabbrica i lavoratori riconoscono nell'altro il proprio uguale. Ma è davvero lo stesso anche una volta fuori dai cancelli? No, non lo è. C'è una cesura che avvertiamo. Vediamo che se è facile il riconoscimento del diritto al lavoro, lo è molto meno quello al diritto di cittadinanza. Suggestione leghista? Forse, per qualcuno. Penso tuttavia che Brescia abbia una tenuta sociale più reattiva di quanto sia disposta ad ammettere».
Meno ottimista - «No, il mio è realismo», ribatte - è il presidente della Provincia, Alberto Cavalli, di Forza Italia. «Credo che tutti comprendano come l'integrazione non vada di pari passo con l'immigrazione. E che gli esempi di altri Paesi come Usa, Gran Bretagna e Francia stiano lì a dimostrare come l'integrazione, più che un processo lento, è una scommessa dal risultato non scontato. E per concentrarci su Brescia e sul suo territorio, senza indossare occhiali rosa - aggiunge l'esponente del centrodestra - dobbiamo dire che oggi stiamo vivendo una fase di integrazione non compiuta, se mai lo sarà». Cavalli cita in proposito la straordinaria concentrazione temporale del fenomeno - «tutto è successo in soli dieci anni», ricorda - e la sua dimensione, che ha posto Brescia tra le prime tre province d'Italia per tasso d'immigrazione.
Chi invece - per abitudine e vocazione - si «solleva» e vede i problemi più dall'alto, o quantomeno da una diversa prospettiva, è don Armando Nolli, parroco di San Faustino, in una zona semicentrale dove la presenza degli immigrati supera il 35%. «La città si sveglia di fronte a drammi come quelli di questi giorni. Sapevamo tutti che il rapporto tra uomo e donna in certe civiltà è diverso dal nostro. Poi, però, quel giovane cingalese che invece è cattolico... E allora? - si chiede il sacerdote -. Allora dobbiamo tornare al dono di sé e all'imparare a convivere. Perché se ci si ignora non si convive. Prendiamo lezione dai bambini. Io lo vedo ogni giorno in oratorio, dove in certi orari quelli immigrati sono il 95%: be’, loro crescono senza problemi, qualunque sia il colore. In pace, come fanno i cuccioli di cane e gatto», rivela don Armando. E gli occhi gli sorridono.