La città metropolitana in soffitta

Della città metropolitana non si parla più. Eppure è prevista dalla Costituzione, dopo la riforma del Titolo V, mentre si chiede l'abolizione delle province. Ma, quel che è più importante, Milano ne ha bisogno: lo abbiamo visto, ad esempio, con l'introduzione dell'Ecopass, quando l'opposizione di alcuni centri dell'hinterland ha reso evidente la necessità di un governo della più vasta area milanese. Come pure è evidente che quell'Expò che ci auguriamo Milano ottenga, coinvolgerà un territorio perfino più grande della sua provincia, che perciò richiederà un governo unitario. D'altra parte sappiamo benissimo che la vera Milano non è la città dell'anagrafe, la città di chi vi dorme, piccola nel confronto globale fra sistemi urbani, luogo reale della competizione economica. È invece quella di chi con essa ha quotidiani rapporti, di chi tutti giorni la «usa», al di là delle registrazioni burocratiche. Se Milano vuole competere alla pari con gli altri sistemi metropolitani, deve acquisire massa critica di popolazione e territorio, assumere cioè la sua reale dimensione metropolitana. Il presidente di centrosinistra della Provincia, Penati, nei primi mesi di mandato sventolò la bandiera della città metropolitana, probabilmente per ragioni strumentali: contava di diventare lui sindaco metropolitano. Per ragioni simmetricamente strumentali il centrodestra era contrario. Ora che non è più certo della vittoria, Penati non sventola più quella bandiera. Lo faccia allora il sindaco Moratti, che è più capace di visioni strategiche. Bisogna uscire da questa meschina e miope logica di bottega del «chi ci guadagna e chi ci perde» e pensare in grande. È in gioco il futuro di questo territorio.