Città della moda, ok del Tar: «È nella vocazione di Milano»

La Città della Moda è un’opera socialmente utile perché risponde alla vocazione di Milano: per questo il Tar ha dato il via libera all’esproprio della cascina di via De Castilla, respingendo il ricorso della proprietà dell’area a ridosso del quartiere Isola. È l’area dove la vecchia Cascina Romagnina - uno degli ultimi esempi di architettura agricola all’interno della cerchia urbana - ospita oggi una serie di circoli legati all’Arci e il «New Idea», uno dei più noti ritrovi gay della città.
Anche l’area della cascina è destinata a venire inglobata all’interno del grande progetto di urbanizzazione Garibaldi-Repubblica. Contro questa decisione si sono battuti i proprietari dell’area, accusando il Comune di avere approvato progetti con una quantità di cemento per metro quadro molto più alta dei limiti massimi di legge, nonché di avere previsto come «aree standard» (cioè aree destinate a verde ed altri servizi di pubblica utilità) quelle che ospiteranno la «Città della Moda». Ma il Tar della Lombardia, con una sentenza depositata appena prima di Natale, oltre a dare il via libera all’esproprio dell’area, ha dato ragione all’amministrazione comunale sull’intera «filosofia» dell’operazione: sia per quanto concerne l’innalzamento delle cubature sia per il ruolo di interesse pubblico che verrà ricoperto dalla «Città della Moda».
Secondo il Tar, «il Piano integrato di intervento può e riesce ad assolvere la sua funzione di strumento di riqualificazione del tessuto urbanistico, edilizio e ambientale, grazie al coinvolgimento di capitali privati, a fronte della sempre crescente difficoltà delle amministrazioni locali di reperire le risorse per realizzare strutture pubbliche». E l’aumento delle cubature serve proprio a rendere appetibile l’operazione ai privati: «La scelta degli indici territoriali e la disciplina degli standard risponde alla necessità di trovare finanziamenti per riqualificare i quartieri e per realizzare le opere pubbliche, senza aggravare il costruttore al punto tale di farlo desistere dall'operazione».
I proprietari della cascina ritenevano illegittimo che la costruzione della «Città della Moda» potesse essere considerata un’opera di pubblico interesse, ma anche su questo i giudici amministrativi hanno pochi dubbi: «Le strutture destinate ad attività espositiva, ad eventi collegati alla moda e al design, a sfilate e ad attività scolastica, sempre nell'ambito della moda possono essere considerate come opere di interesse generale, in una città, quale Milano, in cui la moda è, non solo una realtà industriale e commerciale, ma un simbolo della stessa città, essendo ormai nell'uso comune la definizione di “Milano città della Moda” (...). Le manifestazioni di moda, espletate in luoghi pubblici e rivolte, in una cornice di spettacolarità, al grande pubblico e non solo alle categorie ristrette di operatori del settore, hanno certamente la funzione di suscitare l' interesse di un numero sempre più vasto di acquirenti al prodotto delle case di moda, ma costituiscono anche un evento culturale, che determina un richiamo internazionale, in grado ormai di far competere Milano (e talvolta sopravanzare) con città che nel passato (come ad esempio Parigi) detenevano l'incontrastato primato in materia».
A realizzare l’operazione sarà il consorzio composto dagli americani di Hines e dall’ingegner Salvatore Ligresti.