Città multietnica, messa in 12 lingue

In 23 chiese cattoliche vengono celebrate funzioni per gli stranieri:
in cingalese a Santo Stefano, coreano a San Rocco, in viale Piave la
parola di Dio in tigrino. Quaranta preti arrivano dall'estero, altri stanno studiando

Accogliere ed evangelizzare. Anche per la Chiesa cattolica l’immigrazione di massa è una sfida epocale. L’Arcidiocesi di Milano ha risposto con le «cappellanìe etniche». Per assistere gli stranieri che cristiani lo sono già, o per annunciare il Vangelo agli altri.
La Cappellania generale dei Migranti ci sta lavorando da dodici anni. All’inizio si trattava soprattutto di accoglienza e di cura delle povertà. E di un vero e proprio «assalto» alle parrocchie. Oggi sono 23 le strutture pastorali etniche presenti e attive in città, 40 i sacerdoti stranieri, 20 curano queste «parrocchie speciali», gli altri sono in città per studiare, e prestano la loro opera. Si celebra in dodici lingue, c’è un grandissimo fermento. La comunità peruviana ha appena costituito una sua «Hermandad», una confraternita, come non ce ne sono quasi più.
Si accolgono i sacerdoti inviati dalle comunità cristiane straniere, e quando mancano Curia e Propaganda Fide chiamano i giovani con le migliori caratteristiche per condurre quest’opera di apostolato in strade, periferie, quartieri ad alta densità di immigrati. Ma la Curia è attentissima al rispetto delle altre confessioni religiose: «Non si tratta di proselitismo, si accompagnano nella fede persone che sono già cristiane nei Paesi d’origine, e se qualcuno si avvicina alla nostra fede siamo lì. A Milano il discorso ecumenico è apertissimo. I sacerdoti si trovano di fronte prima di tutto degli uomini, questo è il metodo del Vangelo».
Gli immigrati delle etnie africane si riuniscono nella parrocchia del Santissimo Redentore, in via Pierluigi da Palestrina, per le funzioni in francese; i cinesi nella chiesa della Santissima Trinità, in via Giusti, in piena Chinatown, dove la messa è celebrata quotidianamente in lingua.
A volte si tratta di fedeli perseguitati nei loro Paesi d’origine, per cui il cappellano diventa anche una sorta di «angelo custode» nel mondo della burocrazia: segue le pratiche per la richiesta di asilo politico, a volte rappresenta un punto di riferimento per i connazionali che intendono emigrare, anche per poter professare liberamente la religione vietata in patria. In ogni caso si tratta di andare oltre una normale vita da parroco: la vocazione deve essere quella del missionario. Spesso gli immigrati sono fedeli che la Chiesa aiuta a mantenere l’identità lasciata nel Paese d’origine, dove una presenza cristiana esiste. Gli appartenenti alla comunità dei Santi Martiri coreani, di corso San Gottardo, partecipano alla funzione nella loro lingua nella chiesa di San Rocco al Gentilino; etiopici ed eritrei - provenienti da Paesi in cui i cristiani rispettivamente protestanti e copti sono una buona fetta della popolazione - assistono alla messa in tigrino nella Cappella del Sacro Cuore di Gesù, in viale Piave. Gli immigrati dallo Sri Lanka, Paese in cui i cristiani sono una minoranza non irrilevante della popolazione, aderiscono alla comunità di S. Maria Regina dello Sri Lanka. La loro funzione in cingalese si celebra nella chiesa di Santo Stefano. Nel caso della chiesa ucraina la finalità è anche liturgica: mantenere e rispettare il tradizionale rito orientale greco-cattolico. Mentre per le vaste comunità di filippini e latino-americani la cappellania etnica è essenzialmente un servizio per popoli profondamente e storicamente cattolici. La sfida in questo caso è superare l’istinto «possessorio» del cappellano e puntare all’integrazione fra cappellania etnica e parrocchie, che alla fine è anche integrazione sociale e culturale.