La città non è una spiaggia

La Francia delle libertà oggi proibisce in modo oscurantista. Nel generale disorientamento della politica mondiale, può capitare che la nazione dei Lumi sia rimasta al buio, perdendo la strada della sua tradizione. Il sindaco di Parigi ha proibito l’uso di monokini, tanga e altri costumi di impercettibile estensione alle donne che sostano sulle rive della Senna a prendere il fresco (o il sole). La decisione sembra rispolverare quell’oltraggio al pudore dai confini poco certi ma generalmente precisi quando si vuole impedire e punire quella naturale emancipazione del rapporto tra l’uomo e il suo corpo che col passare del tempo accantona l’idea del nudo come peccato e oscenità. A chi fanno effetto, ormai, un seno o un sedere al vento? Semmai ci infastidiscono se sono vecchi e cadenti, ma la loro immagine se la guardano tranquillamente anche i bambini davanti alla televisione durante le cosiddette «fasce protette».
Difficile pensare che il sindaco di Parigi si sia lanciato in una crociata in difesa del pudore, pretendendo che vengano nascoste quelle parti del corpo che appena fa un po’ caldo appaiono sempre più scoperte non tanto come simbolica rivendicazione di una libertà, quanto, piuttosto, come semplice desiderio di comodità e di freschezza. Il sindaco potrebbe avere invece pensato che seni e sederi al vento, sotto gli occhi di chi va a lavorare, disturbano e distraggono.
Chi ha presente la configurazione urbana di Parigi, sa che si possono fare meravigliose passeggiate lungo i Quai, le banchine che costeggiano la Senna quasi a pelo dell’acqua, mentre più sopra ci sono le strade con il loro traffico e con i tradizionali marciapiedi per i pedoni. Forse qualche automobilista fermo a un semaforo rosso sbirciando in basso avrà indugiato troppo tempo creando qualche intralcio; forse i pedoni si intrattenevano con troppa curiosità contemplando le nudità che, da basso, venivano messe in mostra.
Allora il sindaco potrebbe aver preso una decisione non in difesa del vilipeso sentimento del pudore, ma in difesa della città. Se è così, ha preso una saggia e coraggiosa decisione estetica. La città non è una spiaggia, non può essere abitata come se si fosse in un luogo di mare: la città ha il diritto di rivendicare innanzitutto la sua identità estetica e, di conseguenza, la sua funzione.
Come una persona in giacca e cravatta è ridicola, perché «fuori luogo», su una spiaggia, così attraversare strade e piazze anche sotto il solleone con il costume da bagno è grottesco. Non è soltanto una questione di stile e di buon gusto ma di rispetto delle caratteristiche del luogo che si frequenta.
Tuttavia, è inutile nascondere il fatto che la sguaiataggine delle persone sembra spesso giustificata dal degrado estetico del luogo. Una brutta periferia urbana avrebbe il diritto di pretendere che i suoi abitanti vestano con decoro? Semmai quel decoro diventa un’esigenza della gente sentita per amore verso se stessa e per rispetto degli altri ma non per corrispondere alla qualità estetica della periferia. Uno spazio brutto finisce inevitabilmente per essere una fonte di degrado e di volgarità: proprio per questo, costruire città belle o preservare la loro bellezza deve essere considerato un compito politico e un impegno civile di educazione estetica.
Parigi? È una delle città più belle del mondo se non andiamo a guardare le sue banlieue, le sue periferie. L’attenzione del sindaco si sarà concentrata certamente su quella parte della Senna che scorre lungo la città storica e ha preteso che Parigi non si trasformasse in una località balneare. Da quello che si comincia a sentire, contro di lui si stanno già organizzando i libertari in difesa del tanga e del monokini. Speriamo che il sindaco resista: la sua è una battaglia per la bellezza, una battaglia politica difficile che non dà né voti né gloria perché la gente ha sempre meno stile e ha sempre più cattivo gusto.