Una città normale resta ancora il sogno proibito dei romani

Chissà se la folla di ragazzi che l’altra sera si accalcava lungo il percorso obbligato di via del Tritone e di via del Corso sapeva perché era lì. Giovani soprattutto, ma non solo, hanno aderito in massa alla nuova edizione della Notte Bianca. L’entusiasmo di esserci, di stare - come si dice in gergo giornalistico - «sulla notizia», era la cosa più importante. Il resto non conta. Se poi riuscivi a gustarti pienamente qualcuno dei quattrocento eventi tanto di guadagnato. Ma non era poi essenziale. Perché, in fondo, simili eventi Roma riesce a proporli tutto l’anno. È ovvio che la capitale non ha rivali in fatto di offerta culturale. Né tantomeno ha bisogno di nuovi stimoli per attirare gente (i turisti da sempre affollano le nostre strade e, dopo i lavori per il Giubileo, hanno dilagato come un fiume in piena). Quindi il perché di un simile evento resta ancora un insoluto enigma. Si diceva, un tempo, che era un modo per stimolare il commercio e per rendere più affollate e quindi più sicure le strade. Una sorta di antidoto contro le «paure metropolitane».
La realtà di tutti i giorni (soprattutto degli ultimi) ci dimostra che Roma avrebbe bisogno di ben altre soluzioni per rendere le sue strade più sicure.
Alla fine di tutto resta il valore simbolico. Per molti, a partire dal sindaco e dall’assessore alla Cultura Silvio Di Francia, la Notte Bianca è una sorta di «sigillo» alla gloriosa e intensa Estate Romana. Una stagione che ha fatto fuoco e fiamme (purtroppo non solo in senso metaforico). Grandi concerti, eventi di una qualità culturale e artistica raffinata. Spettacoli e rassegne da leccarsi i baffi. Tanto da inorgoglire anche chi non ha mai fatto della propria romanità una bandiera. Ma sarà poi vero?
A leggere Ernesto Galli della Loggia, sabato sul Corriere della Sera, ci sarebbe ben poco di cui inorgoglirsi per amministratori e cittadini della capitale. «Non bastavano a Roma - si sfoga l’editorialista - gli ingorghi perenni... i posteggiatori abusivi... i trasporti pubblici mai in orario... le periferie abbandonate con strade buie... ristoranti e pizzerie illegalmente padroni di quasi tutto il suolo pubblico... non bastavano le piazze bellissime ridotte a lerci accampamenti di “ggiovani” sfaccendati. No, tutto questo non bastava: ci voleva pure la Notte Bianca».
Se quindi Roma non è seconda a nessuno per offerta culturale, perché il Campidoglio si ostina a puntare su questo binario? Aumentando l’offerta le cose non cambiano in meglio. Se le infrastrutture sono insufficienti, se le strade restano buie e insicure, se la metropolitana chiude alle 21 (come in una qualsiasi provincia del Terzo Mondo), se i parchi sono appannaggio di gente senza scrupoli, se i trasporti pubblici latitano, se scuole e giardini d’infanzia scarseggiano, non è con un concerto gratuito in più che si risolvono i problemi.
Se poi il primo cittadino di questa città è tanto attaccato ai ricordi e alle celebrazioni, ci domandiamo ancora perché si è fatto poco o niente per ricordare il trentennale dell’Estate Romana. E soprattutto perché proprio questa sorta di grande contenitore continua a mancare di una vera e seria politica di indirizzo. Il mese di luglio resta, come sempre, ricco di eventi e spettacoli memorabili, mentre ad agosto tutto (Estate Romana compresa) chiude per ferie. Allora dov’è la «politica di indirizzo»?
Una vera metropoli internazionale deve essere in grado di offrire spettacoli, eventi, ma soprattutto servizi senza soluzione di continuità, dodici mesi su dodici e per 365 giorni l’anno. Nel nostro piccolo ci accontenteremmo di vedere funzionare la metropolitana almeno fino a mezzanotte.