Un città «simbolo» quando fa comodo

Ormai è uno stanco rito: tutte le volte che a sinistra si mette mano a qualcosa, un governo o un partito, per dimostrare di essere in marcia verso l'ennesimo «sol dell'avvenir», ecco la solita manifestazione d'interesse per il Nord e per Milano, dove la sinistra continua comunque a perdere per la semplicissima ragione che non sa ascoltare le domande e non capisce le spinte di questa parte del Paese. Perciò ecco che Veltroni decide di farsi incoronare qui dai 2.800 delegati del neonato Partito democratico, perché «Milano è una città simbolo». Bravo Walter, ma se le cose stanno così allora chiediti perché proprio in questa «città simbolo» l'affluenza al voto delle tue primarie sia stata tra le più basse d'Italia e tu abbia ricevuto una percentuale meno «bulgara» che altrove. Il fatto è che a questa «attenzione» non crede più nessuno: Ministri del governo Prodi 1 avevano promesso di essere a Milano a giorni alterni: due visitine, poi scomparsi. La sceneggiata si è ripetuta col Prodi 2, anche se almeno Letta, col suo tavolo per Milano, si è dato un po' daffare. E infatti nelle primarie veltroniane qui è stato più votato che altrove. Questi signori non hanno ancora capito che «attenzione» per Milano e il Nord si dimostra realizzando infrastrutture, rilanciando la Rai di corso Sempione, salvaguardando il ruolo di Malpensa: insomma con la concretezza e non le chiacchiere. E a proposito di chiacchiere: Weltroni ha pensato bene di iscrivere d'autorità al suo nuovo partito grandi milanesi come Walter Tobagi, Indro Montanelli, Luigi Calabresi, Emilio Alessandrini approfittando del fatto che la morte impedisca loro di rispondere «No grazie».