La città di stupratori e killer dove le donne scompaiono

Madri, figlie e ragazze stritolate dalle faide dei narcos. E riti di affiliazione con sacrifici umani

Marzio Mian

La domenica in cui i Tricolores battevano la Germania, a Ciudad Juárez non ci sono stati morti ammazzati. Di solito la media è di dieci al giorno. All'Olímpico Benito Juárez c'era il maxischermo, vicino alla gigantografia di Papa Francesco, e quando, nel secondo tempo, è entrato Rafa Marquez, 39 anni, per difendere il risultato e passare alla storia con il suo quinto mondiale, lo stadio è esploso. Il «Kaizer» è la bandiera del Messico in questo incredibile fine giugno: le imprese della Seleccion in Russia, le scioccanti immagini e gli audio dei bambini separati dai genitori e rinchiusi nelle gabbie al di là del confine, l'escalation dell'Amministrazione Trump sull'immigrazione, la furibonda campagna elettorale per l'elezione, il primo luglio, del nuovo governo dopo il disastro di Enrique Peña Nieto. Sullo sfondo la guerra: perché il Messico è un paese che convive con i massacri, trentamila assassini nel 2017, 24 ogni centomila abitanti, peggio di così solo il Venezuela. Dieci i cronisti scomodi e nove i sindaci eliminati lo scorso anno. In maggio, a Nayarit, è stata trovata l'ennesima fossa comune, 33 corpi, tutti decapitati.

Una macelleria che non chiude mai soprattutto nello stato di Chihuahua, quello di Ciudad Juárez, sul confine con il Texas: per dire, il 2018 è iniziato con 31 omicidi in sette ore. Ma il «Kaizer» tiene alta la bandiera del Messico, e a Ciudad Juárez è una specie di Zapata perché è nemico dichiarato di Trump e del Muro. Poco importa che Marquez sia stato messo all'indice dal Dipartimento del Tesoro e che i suoi beni siano stati bloccati negli Stati Uniti (dove ha giocato per i Cosmos) per l'accusa di essere un prestanome del boss Raul Flores Hernandez, «ragioniere» del cartello Sinaloa, quello del Chapo, e che detta legge dal 2007 nel Chihuahua dopo aver fatto fuori i padroni di casa del cartello Juárez: nella città di 1,2 milioni di abitanti che vanta, oltre al primato di luogo più violento del pianeta, quello di avere inventato il burrito e la margarita, tra il 2007 e il 2010 ci sono stati circa tremila morti l'anno. Tantissime le donne.

Ormai è nota come la «città di femminicidi», anche se il fenomeno riguarda tutto il Messico: dal 2015 si sono registrati nel Paese quasi 2.500 casi di donne uccise e solo per 76 di questi qualcuno è andato in galera. A Juárez, nel 2017 le donne ammazzate sono state una settantina, dall'inizio di quest'anno 45; madri, figlie, ragazze stritolate dalle faide dei cartelli della droga, ma spesso rapite e fatte sparire da predatori locali, killer vicini o venuti da lontano, magari da oltre frontiera. Difficile tenere il conto delle sparizioni, spesso nemmeno denunciate per paura di ritorsioni, 142 nel 2017. Al Panteón San Rafael, appena fuori città, sono sepolti i corpi di donne che nessuno ha mai reclamato, qualche croce di legno sul tappeto di terra arida e rossiccia. All'origine della mattanza un'incontenibile misoginia diffusa in tutti i ceti sociali, le prime vittime le ragazze più belle e più povere.

Lo scrittore Sergio Gonzáles Rodríguez parla di «frontierizzazione»: al confine si possono compiere i crimini più atroci nella sostanziale impunità, spiega, questo ha consentito alla violenza di propagarsi senza ostacoli a tutto il Paese. «Si è calcolato», dice, «che in Messico il 99 per cento dei reati resta senza responsabili, un afrodisiaco per i criminali». A Ciudad Juárez più che altrove. È come se tutti gli stupratori e gli assassini di ragazzine si fossero dati appuntamento in questo lembo di deserto. «Safari in Messico» è la definizione di Diana Washington Valdez, giornalista di El Paso (la città Usa dall'altra parte della frontiera, oltre il Rio Grande). Nella sua ricostruzione, i passatempi osceni delle bande locali, i riti di affiliazione alle cosche col sacrificio di minorenni, sarebbero diventati una sorta di attrattiva turistica. In questa storia, aggiunge ancora González Rodríguez, c'entrano il narcotraffico e il riciclaggio di denaro, con un giro enorme di soldi che comprano e corrompono, e una rete di pesanti agganci fin dentro lo Stato.

Dalle colonias, le periferie di Juárez, c'è stato l'esodo, il 60 per cento delle case abbandonate e occupate come basi dei cartelli. I sicarios hanno un'età media di 15 anni. Si è provato con la ricetta sociale più facile, il calcio. Proprio negli anni dello sbarco del Chapo e del Sinaloa, la squadra de Los Indios faceva l'impresa passando alla prima serie, ma nel 2010, dopo una serie sospetta di 27 sconfitte consecutive (grandi indiziati quelli della curva chiamata molto esplicitamente El Kartel) sono cominciati i guai: la testa mozzata di un poliziotto federale è stata fatta trovare una domenica mattina al centro del capo, un allenatore fu ammazzato al bar, e uno alla volta i giocatori hanno lasciato Juárez. Lo scorso anno è arrivata una donna, Alejandra de la Vega, capitali in Texas e cuore nella città del terrore: ha rifondato una squadra professionistica, Los Bravos, che milita con onore in seconda serie. La signora gira con un Suv blindato e un Ak 47 sulle ginocchia: «Credo più nel calcio che nella politica», dice. «La vittoria contro la Germania conta più delle prossime elezioni».

Enrique Peña Nieto, esponente del Pri, Partito rivoluzionario istituzionale, è forse stato il presidente meno popolare nella storia del Messico: durante gli ultimi sei anni la violenza e il numero dei morti hanno continuato ad aumentare. Degli sfidanti il favorito pare Andrés Manuel López Obrador, un ex del Pri, uomo carismatico, populista di sinistra quanto basta per non sconfinare nello chavismo così come attento a non apparire troppo conservatore nonostante i legami con le corporation agroalimentari e le opinioni antiabortiste e in favore della famiglia tradizionale. Anche sulla questione dell'inasprimento anti-immigrazione di Trump non si è sbilanciato, forse consapevole che un Paese con un bollettino di guerra degno del Libano anni Settanta non ha molti argomenti da contrapporre a chi, anche brutalmente, cerca di correre i ripari blindando i confini.