LA CITTÀ VISTA DAL BUS

F in da quando, nei lontani anni Settanta, mi stabilii a Milano, una linea atm ha esercitato su di me un fascino particolare, una specie di attrattiva mista anche a un filo di paura: la 90/91, che è la regina tra tutte le linee, la più importante, la più famosa, quella che più di ogni altra rivela alcuni segreti della nostra città.
Non c'era viaggio sulla 90 che non comportasse l'incontro con qualche tipo strano: gente che si metteva a urlare da sola, persone che attaccavano discorso con chiunque, ubriachi. Una volta è salito un uomo armato di pistola, visibilmente ubriaco. Un'altra volta un gruppo di ubriachi si è messo a imitare a squarciagola il suono delle campane.
La 90/91 va quasi ininterrottamente, anche quando le altre linee dormono. Se non fosse un filobus, qualcuno l'avrebbe già dirottata. La Milano che ospita è una Milano più completa, le informazioni che ci dà sono più dettagliate perché spesso è già piena mentre il resto della città (e le altre linee, e il métro) ancora dormono. Milano si sveglia due volte, e il suo primo risveglio non accende tostapane né gas sotto le caffettiere, non produce traffico ma riempie la 90/91. E' la Milano dei poveracci, dei derelitti, degli stranieri senza dimora.
Facendo il giro di Milano, questa linea raccoglie e mette insieme per lo spazio di un viaggio tanti pezzi diversi di città, tante briciole che fanno parte di mondi diversi ma anche di un unico racconto.
Da questo dipende, a mio parere, il senso di diversità umana, di varietà fino al fastidio o alla repulsione (che sono necessari perché li possiamo vincere) che ci prende durante un viaggio, specie se lungo, su questa linea.
Alla 90/91 dedicherò tre puntate del mio viaggio. Il primo tratto comincia in Piazzale Cuoco e termina in Viale Cassala, percorrendo, a partire da Viale Umbria, un'unica interminabile arteria dai nomi diversi: Umbria, Isonzo, Toscana, Tibaldi, Liguria, Cassala.
La prima tappa sta all'inizio del viaggio ed è famosa perché molti racconti milanesi sono stati ambientati lì: Calvairate. Se lo sfogo di questa zona un po' malfamata è sul bruttissimo Piazzale Cuoco, dove tutti i suoi nodi sembrano venire al pettine, è però in altri punti della zona, magari più gradevoli all'occhio, che nascono i problemi.
La striscia di città che si trova tra Viale Umbria e il più esterno Viale Molise è stata occupata da un asse formato da due grandi piazze poste una in fila all'altra: piazza Insubria e Piazzale Martini, che insieme a piazza Carbonari è la seconda più grande di Milano dopo Repubblica: quasi quattro ettari.
Tutto il grande quartiere risulta così - nonstante l'ampiezza delle piazze - orientato al proprio interno. E' il classico effetto-enclave, un carattere che spesso risulta essere un difetto, ma che appartiene al dna di Milano, a questa sua tendenza originaria a produrre interni. Passeggiando per queste zone popolari si ha la netta sensazione di trovarsi all'interno di un mondo chiuso.
La qualità della vita in un quartiere dipende soprattutto dal coraggio e dal senso civico di quelli che lo abitano. Un paio di balordi e una paura generalizzata possono far precipitare un'intera zona. E la solitudine, prima della forma dei quatieri, è la causa di tutti i malesseri: per questo insisto sulla necessità che la gente si mescoli. Il meticciato non è un pericolo, ma una risorsa.
Detto questo, è però un fatto che un quartiere ripiegato su di sé, un quartiere senza vie di passaggio può favorire dinamiche virtuose ma più spesso favorisce quelle negative.
Riprendo la 90 per fare sosta in via Castelbarco, dove sull'angolo con Viale Tibaldi sorge uno tra i più begli edifici d'abitazione di Milano. Qui la circonvallazione corre affincata alla vecchia ferrovia, che è il vero discrimine tra semicentro e periferia, così che la 90 sta sul margine del centro.
Da Via Castelbarco, attratto dai villini sulla sinistra, mi addentro attraverso Via Caimi in un piccolo quartiere che in una città come Parigi sarebbe segnalato sulle guide turistiche: elegante, ricco e vagamente (ma piacevolmente) bizzarro. Con una storia che però nessuno racconta e pochi conoscono. Al suo centro, una piazza senza nome.
Milano è ricca di oasi inaspettate come questa, che noi stessi siamo pronti ad ammirare quando visitiamo una città straniera ma di cui ignoriamo l'esistenza se si trovano nella nostra città.
Uscito dalla bomboniera me ne vado a zonzo, dapprima costeggiando il cammino della 90 per vie interne. Trraverso parco Baravalle e raggiungo via Tabacchi, poi imbocco la lunga via Brioschi, qui tranquilla strada residenziale ma, nel tratto meridionale, molto malfamata. Giro infine in via Meda, trafficata e dall'edilizia povera ma con scorci e fughe di strade che rivelano un passato molto più suggestivo.
Torno sui viali di circonvallazione, qui pieni, come sempre, di gente di tutte le razze, come se su questo asse, e solo su questo, le componenti umane della nostra città finalmente si inconatrassero e si mescolassero. Risalito sul filobus attraverso senza scendere quello che sta diventando un nuovo centro cittadino, crocevia di mille destini diversi: la stazione di Romolo.
Scendo invece alla fremata successiva, dove imbocco via Schievano, supero il sottopasso ferroviario e mi ritrovo in un paesaggio rarefatto, che nulla ha a che vedere con il mondo che ho appena lasciato. In cento metri ho fatto cento chilometri. Leggo un cartello, Piazza Bilbao, ma non c'è né piazza né Bilbao. Da qui, tra gli sterpi, la vegetazione invasiva e la scarpata del Lambro Meridionale (un tempo Lambro merdario), imbocco via Malaga, che costeggia il fiume-canale. Sull'altro lato del fiume, tra la boscaglia, ogni tanto vedo spuntare un uomo, due donne, una donna con un ragazzo. Stranieri in una terra di nessuno.
Via Malaga presenta vecchi edifici industriali, taluni recuperati come loft. Dietro i rari cancelli s'intravede una vita che da fuori non si sospetterebbe: case invitanti, automobili, motorini. La vita che si rintana, come sempre, dietro mura che sembrano abbandonate.
Poi, tra roulottes, camper, sterpaglia e vecchie auto scassate, ecco apparire, sulla sinistra la sagoma di un edificio industriale completamente ristrutturato e, ora, bellissimo. Lo raggiungo imboccando via Bussola che, girato un gomito, cambia nome in Via Andrea Ponti.
Qui ci troviamo in uno di quei punti magici in cui la vecchia Milano, il degrado post-industriale e la moda molto snob di recuperare gli spazi industriali (la "loftizzazione") produce un paesaggio inedito e, a mio parere, affascinante. In pochi metri Via A. Ponti ci offre un ambiente degradato e pericolosetto, alcui lotti di abitazioni di lusso ricavate da vecchie fabbriche e alcune storiche case milanesi, la cui bellezza mi si rivela ogni giorno di più.
La via sbuca sul Naviglio Grande, dove mi affaccio per ammirare il canale per poi fotografare la meravigliosa chiesetta di San Cristoforo col suo angolo di paesino che la circonda da tutte le parti per dissolversi - in qualsiasi direzione - pochi metri oltre. Imbocco la prima parallela di via Ponti, via Pestalozzi, meno bella ma con qualche pretesa in più Man mano che mi allontano dal Naviglio la città torna a rarefarsi, si rivedono i capannoni abbandonati, ma poco dopo ecco subito un nuovo quartiere, un nuovo gomitolo di strade e di case.
Al crocevia tra le vie Pestalozzi, Bonda, Tosi e Watt comincia la Barona, al cui centro - delimitato da un tratto di via Felice Venosta chiuso da cancelli tra le via E. Ponti e Zumbini - sorge il Villaggio Barona: una specie di esperimento urbanistico dove il vecchio vizio della chiusura si trasforma in virtù civile. Villaggio Barona è come un'isola nel mare, che rende possibile un modo di abitare la città più umano anche per chi non è ricco. Ci sono una piazza, una libreria, servizi sociali aperti a tutto il quartiere, tra cui spicca una comunità per i disabili mentali.
Si capisce meglio, qui, la vecchia tendenza milanese a costruire nuclei rivolti verso l'interno. Non per isolarsi o per scatenare dinamiche claustrofobiche (come purtroppo è accaduto) ma per lavorare meglio al servizio di tutti. E' il modello della curtis, della "villa" romana, dell'azienda agricola. Il milanese può essere solitario, rustico, ma non è asociale. Ci si apparta per lavorare meglio, per dare di più. Che tutto questo abbia poi subito un degrado, è nella natura delle cose. Ma non appena qualcuno riprende l'aspetto virtuoso di quell'antica tendenza, di nuovo Milano rinasce.