La città vuole anche un calcio di basso profilo

Un’intelligente provocazione di Massimiliano Lussana in merito all’assenza di felicitazioni da parte delle più alte cariche politicha regionali, provinciali e comunali sulla promozione del Genoa in serie B è stata raccolta dal consigliere comunale di An Giuseppe Murolo che ha citato «affari sporchi» contro la stessa squadra cittadina, parlando apertamente del caso Trasta e della cordata di (im)prenditori locali pronti (eventualmente) a rifondare il Genoa dalle sue ceneri, qualora l’attuale presidente, definitivamente umiliato, avesse deciso di gettare la spugna. Non c’è dubbio: anche questo caso fa riflettere sullo stato della città e, più in generale, sul periodo infelice della vita genovese.
Sul declino di Genova hanno parlato in molti. A suo tempo, lo stesso sindaco (appena eletto) Adriano Sansa palesò il rischio di una città di 450.000 abitanti nel giro di una cinquantina d’anni (fa impressione pensare che nel 1961 il capoluogo ligure avesse 831.000 abitanti e si stessero facendo progetti per una metropoli che sarebbe arrivata a sfiorare il milione). La cifra attuale è di poco superiore ai 600.000 (tenendo conto del fenomeno dell’immigrazione che viene favorita, nonostante la scarsità dei posti di lavoro utilizzabili, sovente per finalità umanitaristico-demagogico-clientelari). Genova fa il restyling per rendersi turisticamente appetibile (ma ha rifiutato a suo tempo, in provincia, di ospitare uno di quei parchi che fanno quattrini ovunque: sul Garda come sulla Senna, a Riccione come nel Lazio) la sua economia però non cresce in maniera significativa ed è normale, ormai, andare a ceracare lavoro altrove. Sperando un giorno di tornare. Da sè Genova non è in grado di risollevarsi (fatto salvo un cataclisma politico di dimensioni inaudite). È inevitabile pensare dunque ad iniezioni di capitali, di imprenditori e di manager, «foresti». Scattano però in questi casi delle chiusure fortissime da parte dei soliti «resistenti». Quelli di professione, nell’(im)prenditoria stagionatissima come fra i politici mummificati, nei sindacati di regime come nella stampa e nella magistratura infeudate.
Si dirà che è un fenomeno tipico di ogni città italiana (provati in quel di Milano a insidiare la proprietà del «Corriere della Sera» e rischi seriamente di finire sotto processo) ed è certamente vero ma in quel di Genova ormai c’è del patoligico. Un tempo gli imprenditori (che volevano investire) avevano una ragionevole paura dei comunisti e portavano altrove i propri capitali (vedi lo sviluppo del Midi francese). Poi hanno scoperto la capacità della sinistra (in genere) nel saper tenere buoni i sindacati e nel saper addormentare progressivamente ogni opposizione «distribuendo pani e pesci» (incarichi di governo, di sottogoverno, ecc.) a destra e a manca. Hanno scoperto inoltre gli aiuti pubblici e sono divenuti (in parecchi fra loro) partecipanti e partecipatori di un trescone pubblico e politico che ha intorbidato le acque ad un punto tale che è difficile intravedere la via d’uscita (nonostante gli scandali ripetuti di questi ultimi anni).
Avendo appreso la «nobile arte» di socializzare le perdite e di privatizzare gli utili, hanno potuto continuare a dislocare altrove i propri capitali (anche perchè -nel frattempo- il controllo politico realizzato dalla sinistra sulla città comportava a cascata «tutta una serie di acci e lacciuoli» che menomavano la stessa libertà d’impresa). Genova ha visto ridursi le sue dinamiche economiche ad un andamento lento che contrasta con una fase sana di sviluppo (comunque aiutata o frenata da centri locomotori nazionali e/o europei). In questa situazione di «perpetua» stagnazione si sono venuti accrescendo i timori dei «signori» locali di perdere posizioni a favore di «foresti» intraprendenti. Le elites genvesi non vogliono essere soggette a colonizzazione e sono disposte a tutto (concorrendo ignominiosamente a eliminare possibilità di positiva realizzazione economica che sarebbero comunque di beneficio per la città). È inevitabile, in questi termini, il conseguente degrado civile (le questioni degli zingari e degli extracomunitari irregolari sono perti integranti ma si situano ad un diverso livello). Genova, città mediterranea è soggetta - come affermava Leonardo Sciascia - all’ombra della palma che progrediva e progredisce anno dopo anno. È dominata (la città) da un incrociarsi di combriccole di potere che possiamo complessivamente nominare come «Associazione della man camoscia», locuzione che va oltre l’accezione «camorristica» della mano guantata (dunque un potere dove è assente la violenza sunguigna o gelida di certe aree del nostro mezzogiorno). Se si pronuncia infatti la locuzione con significato «zeneise» suona anche come «manca moscia» e sottolinea dunque la povertà cittadina (quanto a dinamiche di sano sviluppo economico).
È come se la città avesse cominciato a ridimensionarsi e non fosse poi più riuscita a invertire la marcia, attestandosi su un livello minimale (che è sempre passibile di peggiorare più che di migliorare). In questo senso l’espressione secondo cui la Liguria è il Sud del Nord trova (anche) in Genova una testimonianza che va oltre l’attualità del non esaltante momento economico per confermarsi come un dato di fondo, una mentalità che contiene in sè notevoli esiti autolesionistici. D’altronde i lombardi hanno sempre percepito questo orizzonte assai limitato quanto a pensiero positivo e ad entusiasmo realizzatore.