Ma la città di Yasser Arafat voterà «turandosi il naso»

All’ombra del mausoleo del raìs si perdona tutto, anche il fatto che il premier Abu Ala abbia venduto agli israeliani il cemento per il Muro

Luciano Gulli

nostro inviato a Ramallah

Quando sarà finito, con la sua moschea e lo svelto minareto che la sorveglierà, alto 25 metri, il mausoleo di Yasser Arafat farà impallidire quello del maresciallo Tito a Belgrado. Per ora è soltanto un acquario, un parallelepipedo di vetro circondato da cinque piante d'olivo nane e da uno striminzito boschetto di pinastri che recano ancora i segni delle cannonate israeliane durante il lungo assedio della Muqata, il quartier generale di «mister Palestine». All'interno della «cappella», due piante sempreverdi, un grande manifesto che lo ritrae in primo piano, con l'immancabile moschea di Al Aqsa sullo sfondo, e la bandiera palestinese che ammanta la sua tomba.
Cinque guardie, due delle quali in alta uniforme (ma con comodo di seggiola di plastica, dove stravaccarsi a fumare quando non si vede in giro nessuno), smistano il modesto traffico di visitatori, di donne che vengono a pregare con le palme delle mani rivolte al cielo, di orfani del vecchio capopopolo. I fiori non mancano mai. Ieri mattina, accanto a quelle di gente ordinaria, dei fedelissimi della prima ora, spiccava la corona di crisantemi gialli di Laurent Fabius, ex primo ministro socialista francese, e quella del Parlamento Europeo. In giro, da queste parti, si sono visti anche Lilli Gruber e Mario Borghezio, confusi tra la pletora di osservatori inviati dal Parlamento europeo. Ma se Lilli «la rossa» e il leghista Borghezio siano venuti a prostrarsi davanti al santuario, qui alla Muqata, nessuna delle guardie, anche a descriverglieli minuziosamente, sa dire.
Oggi si vota, e la faccia sorridente di Yasser Arafat, attaccata ai pali della luce che punteggiano lo spartitraffico dello stradone che conduce nel centro di Ramallah, dà il benvenuto ai viandanti. Sui manifesti elettorali Arafat non è solo. Il grafico di fiducia di Al Fatah ha elaborato un fotomontaggio in cui il vecchio raìs solleva il ritratto di Marwan Bargouti, l'uomo-simbolo della seconda Intifada che langue nel carcere israeliano di Hadarim. Due leader virtuali: uno calato nella tomba; l'altro murato vivo. Sono i due fantasmi ai quali Al Fatah, principale componente dell'Olp che governa sui Territori, si aggrappa per frenare l'emorragia di consensi.
Fosse stato per loro, la vecchia cricca dei «tunisini» che hanno campato di rendita seguendo Arafat nella sua transumanza mediterranea, via Beirut e Tunisi, Marwan Bargouti non sarebbe mai arrivato lassù, in cima alla lista dei candidati. Ma alla fine, quando si è capito che la pacchia stava per finire, e che queste benedette elezioni non erano più rinviabili, la banda dei settantenni si è rassegnata, e ha fatto un passo indietro. Largo ai giovani. Tanto, chi doveva farsi la villa se l'è già fatta. Dal palcoscenico è sceso anche il vecchio Abu Ala, primo ministro in carica impiombato dall'accusa di aver venduto un bel po' di camionate di cemento a una delle ditte israeliane che hanno fabbricato il «muro» che taglia Israele dai Territori. Nessuno è perfetto, si sa. Ma ad Abu Dis, lì dove secondo gli accordi di Oslo doveva sorgere la capitale del sempre futuribile Stato palestinese, Abu Ala è come Ciriaco De Mita a Nusco. Una potenza. Nonostante la storia del «muro» che anche Abu Ala, va da sé, condanna. I palestinesi sono brava gente. Si arrabbiano in fretta, e altrettanto in fretta dimenticano. Soprattutto se il soldo, la raccomandazione, un posto in polizia o in un ministero sono assicurati.
Hamas fa paura. Il Movimento di Resistenza Islamica non vincerà, ma i protagonisti delle odierne elezioni son loro. A malincuore lo ammette anche l'orgoglioso Abdel Rahman, ex portavoce di Arafat. Dal secondo piano della palazzina in cui il vecchio rais visse asserragliato, alla Muqata, sfidando le cannonate di un altro illustre «scomparso», Ariel Sharon, Abdel Rahman guarda il panorama. E quel che vede, a parte i lavori di ricostruzione che procedono alacremente, non gli piace. La Road map persa per strada, il processo di pace bloccato, Israele che decide unilateralmente. «Però resto convinto - dice - che al momento di deporre la scheda nell'urna la gente si ricorderà di noi, e sceglierà ancora una volta la strada delle trattative e delle riforme, non quella del fanatismo e dello scontro». Appunto, come la vecchia Dc, quando c'era da turarsi il naso.
«Il fatto è che dopo la morte di Arafat non è emersa una figura di leader capace di tenere unito il partito - dice Hisham Ahmed, professore di Scienze politiche all'università di Bir Zeit -. E la camarilla di ladroni che si è impadronita di Al Fatah dai tempi degli accordi di Oslo, nel '93, ha perso la faccia». È durata finché c'erano da spremere le mammelle della comunità internazionale. Ma quando l'Anp non dovesse più riuscire a pagare i 130mila stipendi dei suoi dipendenti (l'allarme della Banca Mondiale è di pochi giorni fa) allora Hamas smetterebbe i panni della colomba tubante in cui si è calata per rassicurare l'elettorato e il mondo, e tornerebbe a fare la voce grossa. Reclamando posti di potere vero, e rivoltando l'Anp come un calzino.
Se non altro, i palestinesi arrivano a queste elezioni rinunciando (a parte qualche episodio di sangue di cui riferiamo a parte) a quella guerra per bande che molti davano per scontata. Nella sede della Commissione elettorale (un trionfo di fax, di fibre ottiche, di linee telefoniche dedicate, pagate da noi europei) si respira un'atmosfera rilassata. Ma le forze speciali che ne presidiano l'ingresso, al riparo dei portelloni delle loro jeep e coi mitra spianati, non sembrano lì per una parata d'onore. La resa dei conti si farà a urne aperte.