Ciudad Juarez, la città che uccide solo le donne

Cinquecento ragazze assassinate o sparite in poco più di 10 anni. E mai nessun colpevole

Hester era olandese, aveva 18 anni e un faccino da bambina. L’hanno ritrovata dodici ore dopo la sua sparizione sul letto di una camera dell’hotel Plaza. Torturata e fatta a pezzi. Violeta invece era in fondo a una scarpata, abbracciata al corpo di due amiche di 16 e 17 anni, per due settimane è stata il giocattolo di una banda di psicopatici. Lilia a 17 anni era già mamma. Era appena uscita dalla fabbrica, l’hanno rivista avvolta in una coperta, sette giorni dopo, mutilata e strangolata.
Non c’è via sicura per le donne a Ciudad Juárez, stato di Chihuahua, frontiera nord del Messico, che da più di dieci anni uccide due ragazze al mese, le rapisce, le tortura, le cancella nei modi più disumani, non importa se donne, ragazzine o bambine. Nessun colpevole certo, se non tutti. Alle Nazioni Unite dicono che il tasso di impunità in Messico sfiora il cento per cento dei casi. Inutili farsi illusioni.
Città maledetta abitata da un milione e mezzo di strani tipi, quasi 500 donne ammazzate dal 1993 a oggi e radunate nel cimitero della città con le croci rosa, altrettante sparite e mai ritrovate. Erano quasi sempre umili, quasi tutte piccoline, more, coi capelli lunghi. Non c’è posto sicuro a Ciudad Juarez se non per morire, nei quartieri del centro cittadino, o nelle zone abbandonate della periferia, qualcuna è stata trovata vicino ai ranch di proprietà di alcuni trafficanti di droga del posto, altre non lontano dalle ville di gente insospettabile.
Hanno sospettato di tutti, di bande di giovani delinquenti, specialmente quelli del Los Rebeldes, i peggiori, hanno pensato a serial killer, a trafficanti di organi, a psicopatici e basta. Ma non si è salvata nessuna lo stesso. A Ciudad Juarez la vita vale poco e bisogna sudarsela per poterla vivere almeno un po’. L’unica via per fuggire dalla povertà è quella che porta nelle fabbriche, dove comanda la manodopera a basso costo e dove le donne che costano meno sono le più ricercate. E tutte operaie o quasi erano anche molte delle vittime, aggredite a tradimento, all’uscita dal lavoro o al rientro a casa. Nessuna è mai tornata per raccontare cosa nasconde quel buco nero che inghiotte migliaia di ragazze. Anche perché a far sparire i corpi, quando serve e se la paga è buona, ci pensa la mafia del posto. Hanno un metodo infallibile, si chiama «lechada», un liquido corrosivo, miscuglio di calce viva e acidi, che divora rapidamente carne e ossa senza lasciare traccia. Di tante non resta niente, nemmeno un posto dove pregare.
Amnesty international non fa che mandare appelli al governo messicano, Jennifer Lopez si è improvvisata reporter in un film sulla città assassina di prossima uscita, persino gli Stati Uniti stanno spedendo poliziotti specializzati, ma nulla ha impedito che nel 2005 Ciudad Juarez assassinasse altre venticinque ragazze.
L’ex governatore dello stato di Chihuahua, braccio destro del presidente Vicente Fox, dice invece che la città è tranquilla, non il regno di bruti, pervertiti e psicopatici, che la polizia ha risolto due terzi dei casi e che, tanto per cambiare, la colpa delle violenze sarebbe da addebitare agli abiti troppo provocanti delle ragazze di Ciudad.
Sarà che questa è la città dove è nato il Margarita. Ma tra i criminali da sospettare ci si potrebbe mettere anche lui.