Civiltà d’innocenza

Non facendo parte dei bene informati o di coloro che professionalmente «tirano la giacchetta» presidenziale, non sappiamo se il Capo dello Stato firmerà o rinvierà al Parlamento la legge che impedisce al pubblico ministero di fare appello contro le sentenze penali di assoluzione. Leggendo quel che sul tema è stato scritto in questi giorni, abbiamo però avuto conferma di una cosa: in questo Paese, nessun ragionamento serio e pacato in tema di giustizia è ormai possibile. Tutto è trasformato in questione che attiene a Berlusconi e ai suoi processi.
È un peccato, perché il provvedimento dileggiato in Parlamento dalla poesiola del senatore Dalla Chiesa potrà essere criticabile, ma è ispirato ai principi del garantismo e del «favor libertatis». Eppure, anche coloro che legittimamente non condividono questa ispirazione di politica giudiziaria si sono ben guardati dall'intavolare un dibattito serio sul tema. E, salvo rare eccezioni, nessuna voce si è levata per cercare almeno di spiegare i contenuti della legge in questione. I quotidiani «per bene» hanno dato, come sempre, spazio soltanto a commenti scandalizzati, che sembravano usciti dalla sala stampa di qualche Procura o dall'ultimo congresso di Magistratura democratica.
Detto in sintesi: se un pubblico ministero non riesce in primo grado a provare la colpevolezza dell'imputato, non può proporre appello, ma solo fare ricorso alla Corte di cassazione, ad esempio se risulta che non è stata considerata una prova decisiva. Invece, l'imputato condannato in primo grado continua a poter fare anche ricorso in appello. Questo violerebbe, si dice, la parità delle armi tra accusa e difesa. Ma questa parità si ha nel processo, che si svolge nel contraddittorio tra le parti davanti al giudice terzo, e non è detto che necessariamente si estenda anche alle possibilità di impugnazione della sentenza. Inoltre, se le tesi dell'accusa vengono in primo grado sconfitte e l'imputato è assolto, è conforme al «favor libertatis» lasciare che egli venga processato una seconda volta per lo stesso reato, su ricorso del pubblico ministero? E se in uno Stato liberale il diritto dell'individuo di difendersi dalle accuse deve essere il più ampio possibile, non deve forse uno Stato liberale limitare i propri poteri d'accusa nei confronti dell'individuo?
Qualcuno parla di «favor rei»: ma l'espressione è impropria per difetto. Si tratta di «favor» per chi è già stato riconosciuto innocente!
Tutti conoscono il principio tante volte citato (e così spesso disatteso) in base al quale non si è considerati colpevoli sino alla condanna definitiva. Sta scritto nella Costituzione, è anch'esso un principio ispirato al garantismo e al «favor libertatis». Proviamo a chiederci, simmetricamente: quanti processi un individuo deve subire per aver diritto ad essere considerato definitivamente innocente?
Massimo rispetto per la decisione che il Capo dello Stato prenderà: ma sia consentito dire che sarebbe un doloroso paradosso vedere affermata la «palese incostituzionalità» di norme che tendono a sancire un principio di civiltà giuridica.