Cl incorona l’erede di Giussani Otto minuti di applausi a Carron

Discorso ricco di citazioni: da Papa Ratzinger al Vangelo, passando per Leopardi, Kafka e il filosofo Del Noce

Fabrizio de Feo

nostro inviato a Rimini

Per Don Julian Carron è la prima volta da «titolare», il battesimo ufficiale di fronte al popolo del Meeting come guida spirituale di Comunione e Liberazione. La breve stagione in cui ha incarnato il ruolo di successore designato e «delfino» di Don Giussani si è interrotta il 23 febbraio scorso, con la morte del fondatore. E ora Don Julian ha di fronte a sé la prova più difficile, l’ingrato compito di raccogliere il testimone e prendere il posto di colui che, come ricordò Joseph Ratzinger durante i funerali nel Duomo di Milano, è diventato negli anni «il padre di molti». La responsabilità è grande, da far tremare i polsi.
Ma il teologo spagnolo, 55 anni, docente di «Introduzione alle Sacre Scritture» alla Cattolica di Milano, la affronta con una umiltà e una disponibilità che colpisce. Chi lo conosce racconta che quando viene in Italia va spesso a vedere il famoso quadro del Caravaggio La vocazione di San Matteo, con il santo che guarda Dio e sembra che dica «ma sei sicuro, davvero stai chiamando me?». È quello l’atteggiamento che rispecchia la sua personalità, è quello lo stupore che ha accompagnato la notizia della sua investitura, fermamente voluta da Don Giussani. Eppure ora è lì, sul palco più grande, quello dell’Auditorium della Fiera Nuova, accento spagnolo d’ordinanza con la parola «macerie» che si trasforma in «mazzerie», circondato da più di diecimila ragazzi del movimento - arrampicati un po’ ovunque - che lo accolgono con un applauso lungo più di un minuto e con un boato. È una scossa di benvenuto, un segnale di apertura, un’offerta di disponibilità, un mettersi con fiducia nelle mani e nelle parole del «continuatore» a cui si uniscono Roberto Formigoni, Gianni Alemanno, Giorgio Vittadini, Maurizio Lupi e tutto lo stato maggiore del movimento schierato in prima fila.
«La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che copre il mare sono da paragonare ad essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita». Inizia così, citando il Don Chisciotte, l’intervento di Don Carron che subito si sposta su una frase dell’allora cardinal Ratzinger. «Nella coscienza dell’umanità di oggi la libertà appare di gran lunga come il bene più alto, al quale tutti gli altri beni sono subordinati». Affermazioni simili, in apparenza, ma è la concezione stessa della libertà che oggi è molto diversa da allora, spiega il sacerdote. «Possiamo dire che la libertà oggi è un bene tanto prezioso quanto scarso. Basta domandarsi quanti uomini veramente liberi conosciamo. Ci troviamo di fronte a un desiderio enorme di libertà ma al contempo all’incapacità di essere veramente liberi, cioè noi stessi nella realtà. È come se ognuno si piegasse a quanto ci si aspetta da noi in ogni circostanza: così si ha una faccia nel lavoro, un’altra con gli amici, un’altra ancora in casa. Dove siamo veramente noi stessi? In un momento storico in cui si parla tanto di libertà assistiamo al paradosso della sua assenza». Nella sua lezione sulla libertà, tra le righe e le molte citazioni, lancia un monito contro il relativismo etico. C’è Kafka e «le sbarre che ciascuno si è costruito per se stesso». C’è Augusto Del Noce. C’è il Vangelo e la parabola del figliol prodigo che lascia la famiglia per trovarsi senza padre e sotto padrone. C’è la felicità impossibile e il desiderio inesauribili di Leopardi.
Ma soprattutto c’è Don Giussani, citato quattro volte, ad esempio nel suo invito a riconoscere la libertà attraverso l'esperienza. E ricordato con due frasi: «È la provocazione della bellezza che accende la libertà». E ancora: «È la dipendenza da Dio la libertà dell’uomo». Ed è sempre nel nome del fondatore che Don Carron lancia la sfida ai ragazzi del movimento: «Impegnate tutta la libertà che avete, mettete in scena lo spettacolo dell’uomo libero. Grazie ancora una volta, Don Giussani». Il primo discorso del nuovo leader è finito. La platea esplode in un applauso che sembra eterno, otto minuti, forse più. E poi i boati e gli «evviva» in brasiliano. Una festa sonora, una cerimonia di ringraziamento e di benvenuto a cui lui, Carron, assiste con un sorriso appena accennato. Stupito di essere lui, come San Matteo, il prescelto e il destinatario di quell’abbraccio.