Clandestini sul lavoro Un «soggiorno premio» per 152mila immigrati

Niente espulsione per chi denuncia lo sfruttamento

In linea con la strategia dell’emergenza adottata in materia di sicurezza stradale, il governo ha pensato bene di dare una brusca accelerata al processo di revisione del Testo unico sull’immigrazione. Stavolta il provvedimento agostano ha assunto la forma di una circolare ai questori delle grandi città. Nel documento, il ministro dell’Interno Giuliano Amato invita i vertici delle forze dell’ordine «a valutare la possibilità di concedere un permesso di soggiorno per protezione sociale ai lavoratori stranieri sfruttati o ridotti in regime schiavistico». E già si pensa alle ripercussioni che tale estensione delle garanzie a favore degli immigrati (irregolari) potrà avere presto sulla realtà milanese.
Un universo - ultime stime Ismu disponibili - che conta 860mila presenze in Lombardia, appena sotto le 390mila solo nella provincia di Milano. La fotografia attuale inquadra 151.800 stranieri senza permesso di soggiorno (tra gli 85mila e i 100mila gravitano nell’area del capoluogo). Le disposizioni del Viminale sono state studiate soprattutto per il popolo dei lavoratori a giornata nelle campagne del Mezzogiorno, ma è chiaro che a beneficiarne saranno tutti gli extracomunitari impiegati comunque al di fuori di ogni tutela al Nord: dalle serre della Pianura Padana ai cantieri dei centri urbani, spesso autentiche terre di nessuno dove si aggira lo spettro delle morti bianche. I numeri dicono che oggi, in Lombardia, il 62,5 per cento delle carte di permanenza sul territorio è rilasciato per lavoro dipendente, mentre soltanto lo 0,9 per motivi di protezione temporanea o asilo.
Se la circolare di Amato dovesse trovare applicazione letterale, nei casi in cui le autorità competenti confermino gli estremi di «sfruttamento sul posto di lavoro», i clandestini che mostrano il coraggio di denunciare caporali e aguzzini non sarebbero immediatamente espulsi come vuole la prassi in vigore, ma altresì ricompensati di un permesso di soggiorno di sei mesi, rinnovabile fino a un anno, tempo necessario a trovare un impiego «pulito». Per gli sfruttatori, invece, pene severe: da 3 a 8 anni di carcere, una multa di 9mila euro per ogni persona reclutata, chiusura dell’attività per un mese. Lo stesso è previsto nel momento in cui siano riscontrate «gravi violazioni alla disciplina sulla sicurezza e igiene» negli ambienti lavorativi, con l’esposizione dei dipendenti a «pericoli per la salute o incolumità». Al bando, inoltre, l’intermediazione abusiva, peraltro vietata dalla legge Biagi. E le sanzioni diventano ancora più pesanti se a essere sfruttati sono i minori di 16 anni o i cittadini stranieri irregolari, appunto.
Misure in linea teorica condivisibili se non fosse per le dichiarazioni espresse a margine dal ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero (Rifondazione), che plaude all’iniziativa del Viminale e rilancia: «Così modifichiamo l’articolo 18 della Bossi-Fini, finora principalmente limitato al contrasto del racket del sesso. È un primo passo, la legge voluta dal precedente governo di centrodestra va ribaltata. Stiamo preparando ulteriori novità per quanto concerne il diritto d’asilo». Annuncio che suona come una minaccia per Gian Carlo Abelli, assessore regionale alla Famiglia e Solidarietà sociale. Ecco le sue perplessità: «Non si capisce qual è la ratio di questa circolare che da un lato richiama la Bossi-Fini e dall’altro anticipa un disegno di legge che la stravolge. L’articolo nel mirino interessa già tutte le situazioni di sfruttamento, non soltanto la prostituzione. Più che un’ennesima sanatoria - aggiunge Abelli - basterebbe dare più risorse alle forze dell’ordine e far rispettare quello che è stato realizzato dal governo Berlusconi. Ma sembra che il ministro dell’Interno preferisca donare il solito contentino alla sinistra radicale». Il dubbio della maggioranza al Pirellone è che dietro il «giro di vite» si nasconda magari la volontà politica di eliminare il meccanismo del permesso di soggiorno e delle quote per i lavoratori immigrati. «Rafforzare l’integrazione reale - conclude Abelli - significa rispettare le regole esistenti. Da parte di tutti, sia di chi è italiano e conduce un’impresa sia di chi viene qui da noi per lavorare».