Clandestini/2 La lezione (e il buon senso) di Napolitano

Sembra che gli uomini del Pd – oggi riconvertitisi in candidi e intransigenti paladini degli immigrati - si siano amenamente scordati di cosa facevano quando al governo c’erano loro. Il presidente della Repubblica, invece, se lo ricorda benissimo: nella lettera che ha inviato al Giornale, e che abbiamo pubblicato ieri, ammette che il compito dello Stato, di fronte ai clandestini, è di «conciliare rigore e umanità», ammettendo la necessità dei rimpatri anche a costo di trovarsi di fronte a «casi singoli e dolorosi», come quello della piccola Mirsada, la bimba cieca e sordomuta, rispedita in Albania per ordine dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. Pochi mesi prima, del resto, quando era stata presentata a Roma la legge sull’immigrazione, lo stesso Napolitano e Livia Turco erano accusati dalla Caritas di vessare i disperati della Terra. Nessuno, però, in quella occasione parlò di «leggi razziali».
La sinistra è sempre stata abile nella disinformazione. Altrimenti non si riuscirebbe a spiegare l’amnesia che ha fatto rimuovere loro i fatti tragici del 1996. Quando sulle coste dell’Italia meridionale affondò una nave carica di disperati, Romano Prodi non ritenne opportuno nemmeno muoversi. Devono avere memoria breve, eppure basterebbe che si andassero a noleggiare un film, per rinfrescarsi i ricordi: Nanni Moretti, non un feroce berlusconiano, sulla mancanza dell’Ulivo ci girò una delle scene più toccanti del suo «Caro Diario». Adesso gridano al delitto, ma non ci pare di averli sentiti protestare quando a sparare sulle carrette dei disperati era un governo socialista, quello dello spagnolo José Luis Zapatero. Sembra che per i dirigenti del Pd esista un doppiopesismo tragico, quello per cui le pallottole dei socialisti sono buone, e i pacifici provvedimenti di respingimento messi in atto dal nostro governo siano un crimine.
Sono smemorati, immemori. Altrimenti, forse, si ricorderebbero che i Centri di Detenzione permanente, quelli che il governatore Nichi Vendola definì all’epoca dei lager, li hanno costruiti ancora una volta loro, i governi di centrosinistra.
Ci accusano – anche a noi giornalisti del Giornale - di essere feroci, cattivisti, parziali. Ma quando erano loro a serrare i cancelli dei Cpt, allora andava bene. Allora era un gesto umanitario. E i rimpatri? Fassino ha ammesso che li facevano anche loro, che è normale, che è abituale. E adesso, allora, perché è diventato uno scandalo?
Lo stesso doppiopesismo che abbiamo sentito dai progressisti italiani lo abbiamo visto risuonare in Europa. A farci le prediche su come si deve realizzare una società multietnica sono i socialisti francesi che restano indifferenti rispetto alla rabbia dei quartieri ghetto di Parigi, gli stessi spagnoli che hanno assistito impassibili alla tragedia dei naufraghi di Gibilterra, gli stessi tedeschi che vedono sfilare con le torce in mano i nuovo partitelli nazisti. In Austria ci sono due partiti xenofobi che conquistano la maggioranza proponendo le frontiere chiuse, ma da noi vorrebbero braghe calate e gesti umanitari. Ebbene, se si ritorna alla realtà, e si lascia diradare il fumo della disinformazione, la sostanza resta questa: il governo italiano ha aumentato i tempi di permanenza nei Cpt non certo per infliggere chissà quali pene, ma per rendere possibili le identificazioni. Ha reso l’immigrazione clandestina un reato non per punire gli ultimi, ma per mettere fine al mito del paese di Bengodi in cui si gira senza documenti e magari con tre decreti di espulsione in tasca. Se si resta ai fatti, il governo italiano ha fatto né più né meno quello che se governa la sinistra viene definito una politica di buonsenso.
D’Alema, in una delle sue folgoranti battute, fotografa il dibattito sull’immigrazione, sulle leggi razziali e sulla xenofobia: «Stiamo assistendo - spiega - a una fiction a scopo elettorale». Peccato ce l’abbia con chi cerca di ascoltare il Paese, cosa che la sinistra, come scrivono anche commentatori non certo berlusconiani, non sa più fare da tempo. Ecco perché gli smemorati dovrebbero pesare le parole, e l’onorevole Franceschini, malgrado i suoi evidenti e comprensibili problemi elettorali, dovrebbe lasciare le leggi razziali al loro posto, nell’angolo più ignominioso e buio del Novecento e, semmai, ascoltare quello che dicono i suoi stessi compagni di partito, Fassino, Rutelli o sindaci come Chiamparino che vivono la realtà di una grande città e non recitano in una fiction elettorale.