Il clandestino resta: il giudice non sa il nigeriano

Vittoria nel 90% dei casi Accolta la richiesta di un abusivo perché il foglio non era scritto in dialetto «edu»

da Bari

C’è un clandestino rintracciato dalla polizia che viene dal Marocco, ma il decreto di espulsione firmato dal prefetto non è valido perché è scritto in francese e non c’è prova che l’extracomunitario conosca quella lingua. E ancora: c’è un altro extracomunitario che ha il passaporto della Federal Republic of Nigeria, ma anche in questo caso il decreto di espulsione non va bene perché è tradotto in «idioma inglese» e non nella lingua Edu, vale a dire uno dei 106 dialetti parlati in Nigeria che però è proprio quello parlato dalla persona da espellere; e allora, visto che per la polizia, già chiamata a fare i conti persino con la benzina per le «volanti», non è proprio la cosa più facile del mondo trovare un traduttore di Edu, non c’è niente da fare.
L’ortolano fantasma
Ma non è tutto, perché figura anche il caso di un clandestino che non può essere espulso perché lavora come facchino al mercato ortofrutticolo; per la verità non c’è traccia di contratto e neanche di permesso di soggiorno, insomma non esiste un pezzo di carta che possa attestare una eventuale regolarizzazione, ma fa lo stesso. Risultato: anche stavolta il provvedimento è nullo. Così come è stata cancellata l’espulsione di un altro extracomunitario: tra le motivazioni c’è il particolare che gioca nella squadra di calcio di Japigia, quartiere alla periferia di Bari: l’immigrato alla polizia risultava irregolare, ma anche qualche partita a pallone con la formazione che porta il nome del rione è stata fatta presente durante il giudizio sull’annullamento del provvedimento.
Sono solo alcune delle motivazioni con le quali sono stati accolti i ricorsi presentati davanti al giudice di pace da diversi clandestini contro i decreti di espulsione del prefetto, secondo le procedure fissate dalla vecchia legge. Il fatto è che a Bari quei ricorsi sono diventati un’autentica valanga di carta: secondo dati della questura sono oltre 700 dall’inizio dell’anno, con una percentuale di accoglimento che supera il 90%.
E io ricorro
Per la verità l’emergenza clandestini in Puglia, un tempo frontiera bollente dell’Adriatico, è finita. L’esodo pilotato dagli scafisti è stato cancellato circa sei anni fa grazie agli accordi bilaterali col governo di Tirana e ai controlli incrociati delle forze di polizia a livello internazionale, una cooperazione che ha portato anche a operazioni senza precedenti sul territorio albanese. Ma le perlustrazioni nelle campagne e nelle periferie di piccoli e grandi centri urbani vanno avanti. E così ogni giorno e ogni notte diversi extracomunitari senza permesso di soggiorno vengono rintracciati dagli agenti, che li sistemano nei centri di permanenza temporanea.
A questo punto comincia una complicata e laboriosa identificazione che non può ovviamente prescindere dalla collaborazione da parte delle ambasciate; quindi, una volta accertate l’identità e la nazionalità, scatta il decreto di espulsione: o con l’accompagnamento alla frontiera o con la semplice intimazione a lasciare il Paese entro trenta giorni. Inutile dire che quest’ultima misura rimane lettera morta perché nessuno, o quasi, decide di fare rimpatrio volontariamente. Rimane in piedi quindi l’espulsione «coattiva», ma in ogni caso contro il decreto del prefetto arriva puntuale il ricorso dinanzi al giudice di pace.
Il problema nomadi
A Bari le impugnazioni sono aumentate progressivamente negli ultimi tre anni. E le carte sono diventate una marea che ha sommerso svariate scrivanie: non solo quelle di chi è chiamato a decidere ma anche quelle degli uffici di polizia, dove un tempo gli agenti provvedevano a soccorrere e smistare i disperati sbarcati lungo la costa mentre adesso devono fare i conti con centinaia di fascicoli. E numerose pratiche riguardano i rom. In questi casi l’espulsione è tutt’altro che facile. Al contrario, la situazione si complica ancora di più: per prima cosa perché c’è da fare i conti col problema dell’identificazione, visto che c’è anche chi ha fornito di volta in volta una ventina di nomi diversi; e poi perché rimane il problema della lingua e della nazionalità. Tanto per fare un esempio, diversi decreti di espulsione scritti in romeno ed emessi un anno e mezzo fa nei confronti di nomadi con passaporto della Romania sono stato annullati. Il motivo: non c’è prova che un rom parli quella lingua anche se ha il documento rilasciato da quel Paese.