Clark, un clandestino negli Usa anni Trenta

Il personaggio fu creato per esorcizzare le angosce nate con la Grande Depressione

Maurizio Cabona

La lista dei supereroi passati dal fumetto al cinema è ormai lunga: Superman, Hulk, L’Uomo Ragno, Daredevil, X Men, La leggenda degli uomini straordinari, Elektra, Sin City, I fantastici 4... E non sono tutti. A far lo stesso percorso sono stati anche Batman & Robin e Indiana Jones, che a rigore sono eroi, non supereroi: infatti non hanno poteri straordinari. Caso mai, hanno straordinarie disponibilità economiche, soprattutto se si ricorda che le loro avventure sono cominciate negli anni seguenti la Grande depressione. E quanto a personalità di speciale hanno solo gli effetti dei film che ne raccontano le gesta.
I supereroi sono spesso apolidi, come Superman, emigrante clandestino dal distrutto pianeta di Krypton, metafora di Plutone appena scoperto, ma ancor più della Palestina degli antichi ebrei. Giunto in un pianeta che ha un solo Sole e per giunta giallo, la Terra, su una culla spaziale, Superman è il nuovo Mosé giunto nel nuovo Egitto: gli Stati Uniti degli anni Trenta l'avrebbero espulso, se si fossero accorti di lui, avendo contingentato duramente l’immigrazione anche per rifugiati come gli ebrei, per non esasperare una popolazione largamente disoccupata o semplicemente alla fame.
Superman è adottato da una coppia sterile, come la figlia del faraone, e impara subito nella campagna del Midwest che i superpoteri vanno ben celati insieme alla vera identità. Nessuno ti odia se non si accorge che esisti: insegnamento celebrato poi da Woody Allen in Zelig. E il giovane Clark Kent è quasi trasparente sullo sfondo reso tipico da un quadro famoso: American Gothic. I nomi di famiglia kryptoniani (dal termine greco per «nascosto»), Jor-El, Kal-El..., sono stati più rimossi che dimenticati.
Gli ideatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, mettono in lui molto del loro passato archetipico e del loro presente angosciato. L’epoca in cui le grandi università rifiutavano gli ebrei stava finendo con Franz Boas ad Harvard, quando Superman cominciava a volare. Ma ognuno modella il futuro sul passato più che sul presente.
Bello e forte, in un Paese che amava più di altri queste doti, Superman poteva vivere serenamente solo fingendosi bruttino e debole. Per apparire tale, gli bastava inforcare gli occhiali e assumere un’aria dimessa in abiti borghesi portati sopra la celebre tuta rosso-azzurra.
A chi legge il cinema in filigrana, l’eroe di Spielberg in A.I. intelligenza artificiale è sembrato non solo l’alter ego di Spielberg, ma anche la revisione cupa e realista del supereroe di Siegel&Shuster, ben più che un bionico Pinocchio. Il Superman degli albori - che era casto, a differenza di quello dei film-tv della serie Smallvile - doveva ri-motivare un paese che aveva vinto una guerra mondiale al prezzo di meno morti rispetto a quelli che avrebbe avuti per la «spagnola», ma che aveva gonfiato la speculazione in Borsa fino a restare in braghe di tela.
Per essere in sintonia con Roosevelt, Superman doveva dunque aver fiducia nel futuro. Del resto lui non aveva più un passato e il presente era meglio lasciarlo alle spalle. Oggi Superman, versione di Brian Synger, vorrebbe tornare indietro nel tempo, se non nello spazio (Krtypton/Palestina) non per salvare Lois Lane, come nel film di Richard Donner (1978), ma per esimersi dal diventare poliziotto del mondo.