Con classe trasforma i Rem nei nipotini di Cole Porter

Compilation elegante e temeraria in cui esplode il suo amore per lo stile delle vecchie big band

Cesare G. Romana

Aveva sedici anni, Paul Anka, quando espugnò le classifiche mondiali con la sua musica di solido impianto melodico ma di genuina impronta giovanile: nell’accezione meno limitativa del termine, ché erano tempi in cui densità artistica e freschezza teenageriale apparivano ancora conciliabili. Brani come Diana, You are my destiny, Crazy love, nonché la fortunatissima versione inglese di Comme d’habitude, divenuta My way e santificata da Sinatra e da Presley, denunciarono il talento del giovanissimo canadese, dimostrando come adolescenza dell’animo e maturità espressiva potessero anche coincidere. Oggi Paul Anka, sessantaquattro anni, comie il cammino inverso, riportando alcuni brani del rock e del pop, particolarmente cari ai giovani, ad una dimensione «classica» che non ne spegne la freschezza ma li trasferisce in una sorta di temperie senza tempo: quella appunto dei classici.
Basta sentire Everybody hurts, dei Rem e cioè d’uno dei gruppi rock più attenti alla realtà d’oggi e ai suoi connotati socio-politici, alle sue asprezze ed utopie: e subito il brano diventa altro da sé, rammenta nel fraseggio, nell’arrangiamento jazzato, nel vellutato finale una sorta di omaggio a Sinatra, o a come Sinatra avrebbe ricreato una canzone dei Rem, se ne avesse avuto l’occasione. Così come Wonderwall, degli Oasis, si muta in gioiello swing, quasi gli autori non fossero i fratelli Gallagher, ma i fratelli in ispirito Glenn Miller e Count Basie. Tutto ciò propone l’apparente ossimoro di un’operazione formalmente passatista, ma di fatto spericolata: non solo per il recupero in chiave «arcaica» d’aggiornatissimi modelli espressivi. Ma per l’attenzione che il «vecchio» Paul Anka mostra verso un’epopea, quella delle antiche big band, ben estranea al suo repertorio giovanile, incline a tutt’altri regimi stilistici. Sarebbe come se Dos Passos riscrivesse Baricco con l’inchiostro di Cervantes, o Picasso reinventasse Schifano con i colori carnosi di Caravaggio: operazione temeraria, discutibile e tuttavia colta. Non meno che tramutare i Van Halen - Jump - o i Nirvana - Smells like teen spirit -, Billy Idol - Eyes without a face - o Michael Jackson - The way you make me feel - in ispirati nipotini di Cole Porter. O il Clapton di Tears in heaven in elegiaco antenato di se stesso.