Le classi per immigrati aiutano l’integrazione

La proposta del Carroccio: corsi <em>ad hoc</em> per permettere agli stranieri di raggiungere lo stesso livello di apprendimento degli italiani. L'iniziativa suscita polemiche, eppure da anni è realtà in molti Paesi Ue. La prof: <strong><a href="/a.pic1?ID=298350">&quot;Evita l'isolamento&quot;</a></strong>. La studentessa: <strong><a href="/a.pic1?ID=298351">&quot;Servono corsi speciali&quot;</a></strong>

Roma - Che cosa c’è di male nella mozione della Lega approvata alla Camera secondo la quale gli studenti stranieri che non superano i test di lingua e di conoscenza delle basi verranno inseriti in classi propedeutiche? Niente. Cosa c’è di male nell’altra e analoga decisione che chiede che nelle scuole gli alunni stranieri abbiano un tetto di presenza, in modo che non ci siano, nelle zone a più alta densità, classi composte da stranieri in numero maggiore degli italiani? Niente. Al contrario, si tratta di un’iniziativa importante e lodevole perché, come ha detto Roberto Cota, il deputato che l’ha presentata, in questo modo i ragazzi extracomunitari che vogliono frequentare le scuole pubbliche possono avere un periodo, per cosi dire, di cuscinetto nel quale si trovano insieme a quelli che hanno le stesse conoscenze e che dunque non possono né prevaricarli, né prenderli in giro, né sentirsi a loro superiori. Piuttosto che un ghetto, questa sembra a me una forma di integrazione, certamente di civiltà. Eppure c’è stato molto malcontento, e si è visto al momento di contare i voti a favore e quelli contro: i sì sono stati solo 256 contro 246 no e un astenuto. Insomma, la mozione leghista è stata approvata grazie a pochi voti. Per quale ragione le classi ponte o di inserimento fanno così paura?

Un deputato del Pdl come Mario Pepe, un altro come Nicolò Cristaldi si sono espressi contro, spiegando che, essendo cresciuti in luoghi nei quali il 20 per cento dei cittadini è musulmano, l’integrazione sembra a loro che debba avvenire non con le leggi, ma col rispetto reciproco e l’amicizia tra i popoli. Ma il rispetto reciproco e l’amicizia tra i popoli non sono mai diventati conoscenza della lingua italiana o conoscenza delle norme che ci regolano. E l’atteggiamento buonista o incerto culturalmente, oppure semplicemente opportunistico elettoralmente, di molti nella maggioranza ha aizzato le proteste dell’opposizione. Addirittura un deputato del Pd ha potuto dire impunemente: «Questi qui tra poco presentano una mozione per metterli nel forno e la votano pure». E Piero Fassino, al quale, dopo le ultime elezioni perdute, sono venuti a mancare di certo gli aggettivi, probabilmente anche la freschezza di cervello, ha pronunciato parole tremende, quanto ridicole. «Voi state producendo in questo Parlamento una regressione culturale prima ancora che politica... Fate una cosa che moralmente è anche più abbietta: discriminate tra i bambini e tra i più piccoli».

Da Parigi il grande giornalista di Repubblica che pretende di capire meglio l’Italia da lì, si è prodotto in uno dei suoi pezzi sempre ben e tenebrosamente scritti, ma in questo caso grottesco quasi come le dichiarazioni di Fassino. «Nessun altro Paese civile - ha scritto - ha mandato i figli degli immigrati nelle classi differenziate, nessuno ha mai pensato di creare scuole speciali proprio perché la scuola ha insegnato a tutti che le scuole speciali sono topaie dove si parla un unico codice, dove il cielo è basso e forse non è neppure cielo». Bum!

Non potrei chiudere questa ricostruzione che vi ho imposto per amore di cronaca se non citassi il solito, immancabile don Sciortino, sì, proprio lui, Antonio, il direttore di Famiglia Cristiana che non manca mai con editoriali e inchieste di attaccare la maggioranza in materia di immigrazione. Secondo lui altro che integrazione, così si punta all’espulsione. Ora, l’ideologia ne ammazza più delle malattie senza vaccino, ma è pur vero che se tu riesci a far entrare in maniera morbida qualcuno in questo Paese, se tu a un bambino insegni l’italiano, i nostri modi di esprimersi, i nostri modi di concepire i programmi, soprattutto nella scuola primaria, se non lo metti in un ruvido confronto con i suoi coetanei italiani più avveduti, forse lo aiuti a non diventare un criminale, un giovane delinquente che rischia l’espulsione.

Ma quando si parla di razzismo e di scuola in Italia i ragionamenti cedono il posto a contorsioni uterine, malafede, rivendicazioni sindacali. Basta leggere come viene presentata la disputa tra la Questura e il centro islamico di Bergamo a proposito delle foto per le carte d’identità in cui le donne sono coperte. Basta leggere l’intervista di Luigi Berlinguer sulla riforma della scuola. Quel signore dal cognome eloquente spiega che qui in Italia chiunque tenti di cambiare qualcosa è fregato.