Classico, realista o esplosivo Comunque non tradizionale

Quando si pensa al Barocco, si pensa al naturalismo di Caravaggio, al realismo di Ribera, alle fantasie dinamiche di Bernini. Ad un fenomeno complesso e articolato, in cui accanto ad una nuova attenzione ai generi (natura morta, paesaggio, costume) e ai fatti minori della quotidianità, esplodono visioni di luce e colore, che bucano lo spazio, quasi sempre legate, nel loro contrapporsi, alla tradizione.
A darne una testimonianza suggestiva è la grande mostra in corso a Napoli, Ritorno al Barocco. Da Caravaggio al Vanvitelli che, con cinquecento opere tra dipinti, sculture, affreschi e oggetti, coinvolge tutto il territorio: dal Museo di Capodimonte a Castel S. Elmo, dalla Certosa e Museo di San Martino al Museo Duca di Martina, dal Museo di Villa Pignatelli a Palazzo Reale (fino all’11 aprile 2010, info: 848.800. 288; sito internet: www.ritornoalbarocco.com). Una rassegna ambiziosa, curata da Nicola Spinosa, con tre megacataloghi (artem), nata al termine di trent’anni di studio. Emergono arricchite e nuovamente delineate numerose personalità di artisti, noti e meno noti, opere inedite uscite da collezioni private. Soprattutto emerge una realtà vasta, movimentata, vivace, di grande cultura anche nella vena volutamente popolaresca. Una realtà che racconta come in una Napoli, capitale del vicereame spagnolo, spesso colpita dalla peste, come il resto della Penisola, l’arte fosse rigogliosa e vitale. Proprio come la popolazione che cresceva a vista d’occhio (300 mila abitanti all’inizio del Seicento, 400 mila a metà secolo), facendo della capitale partenopea, ampliata nei commerci e nei traffici, la seconda città dell'Europa Occidentale dopo Parigi.
Colpiscono, oltre alla bellezza, la varietà delle espressioni artistiche lungo un secolo e mezzo, dai primi del Seicento a metà Settecento con le ultime scintille del rococò. All’inizio, a spazzare l’ultimo manierismo e ad innescare la miccia del nuovo, c’è Caravaggio, presente nel 1606 e 1607 a Napoli, dove lascia opere come Le Sette Opere di Misericordia e La flagellazione di Cristo. A seguirne la lezione di forte naturalismo ci sono pittori come Battistello Caracciolo, lo spagnolo Jusepe de Ribera, Aniello Falcone e tanti altri, che giocano sulle scoperte luministiche e sull’accentuato realismo del «maestro». Un esempio? Lo straordinario vecchio di Ribera, sudicio e stracciato tra agli e cipolle, che rappresenta l’Olfatto, dipinto a Roma nel 1615-1616, prima che il pittore si insediasse a Napoli. Un artista, Ribera, che appare adesso arricchito da tutta una serie di dipinti, prima attribuiti ad anonimi. Ma accanto alla vena realistica c’è quella che riprende il classicismo di pittori come Domenichino, Lanfranco, Reni, attivi tra Roma e Napoli. Un linguaggio adottato dallo stesso Ribera, e da artisti come Massimo Stanzione ed Artemisia Gentileschi, autori di sensuali santi, martiri, Cleopatre, realizzati con l’ambiguità tra sacro e profano tipica della Controriforma. Un linguaggio cosmopolita in cui importante è stato anche il contributo di pittori spagnoli. Così sotto l’anonimo Maestro dell’Annuncio ai pastori, attivo a Napoli nel secondo quarto del Seicento, spunta con tutta probabilità il maestro valenzano Juan Do, nome venuto fuori da un intricato monogramma presente in diversi dipinti. Nato a Játiva nel 1601, giunto nel 1626 a Napoli, dove si inserisce bene nell'ambiente artistico, grazie anche a matrimoni e parentele varie, Juan Do è un pittore dagli accenti realistici, di grande spicco, confuso addirittura con Velázquez.
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