Claude Simon L’antiromanziere sensoriale

Premio Nobel nell’85, fu tra i principali esponenti del «Nouveau Roman»

Ci lascia un altro della cosiddetta scuola del Nouveau roman, uno dei più vecchi (secondo solo a Marguerite Duras, che era nel 1900, e morta nel ’96), insieme a Nathalie Sarraute, morta nel 1999. Claude Simon è ricordato per opere di narrativa, romanzi e racconti, che riscossero successo già alla loro uscita (anche un premio Nouvelle Vague, nel 1960, per La route des Flandres - Einaudi, ’62 -, e un premio Médicis, nel ’67, per Histoire); fino alla consacrazione, nel 1985, col Nobel per la letteratura. Dico cosiddetta scuola, perché in realtà si trattava di autori diversissimi (con Alain Robbe-Grillet, al quale si deve la «scoperta» di Simon; Robert Pinget, Claude Ollier, Michel Butor; il «teorico» Jean Ricardou), riuniti dalla volontà di rinnovamento della forma-romanzo; e soprattutto dalla stessa casa editrice, quelle Éditions de Minuit che dalla metà degli anni Cinquanta «osò» pubblicare testi antitradizionali e sovente di ardua comprensione come quelli degli scrittori citati; testi che scatenavano regolarmente feroci dibattiti tra giornalisti e studiosi. Ciascuno, naturalmente, aveva le proprie idee, e se un dato comune possiamo cercare, e trovare, è nella fiducia nel romanzo come strumento principe di ricerca fuori e dentro di sé, «il campo fenomenologico per eccellenza, il luogo privilegiato nel quale studiare in qual modo la realtà ci appare o può apparirci», come ebbe a dichiarare Butor. E sia, questo modo, «oggettuale», come lo definì Roland Barthes, subito attirato da tali fermenti, o «ottico» alla Robbe-Grillet, o «sensoriale» alla Simon, appunto. Simon ebbe vita discretamente avventurosa: nato a Tananarive quando il Madagascar era colonia francese, figlio di un ufficiale dell’esercito, era destinato alla carriera militare, e di fatto, dopo gli studi a Parigi e in Inghilterra, si arruolò nel 31° Dragoni e combatté in varie battaglie, fino a essere catturato dal tedeschi nel ’40 e rinchiuso in un campo di prigionia in Sassonia. Da qui, la fuga che lo riportò in Francia, a Perpignan dove viveva. A pace ristabilita, scelse di dividere il suo tempo tra Parigi e la dolce provincia francese, tra la scrittura di libri e la produzione di vini. Le vent (1957), è il libro che gli dà la fama; cui segue L’Herbe (1958), che si svolge nel periodo dell’occupazione tedesca in Francia. Romanzo in cui poco o nulla succede, così come nel seguito, La route des Flandres (1960), dove la storia vera vuole essere quella oscura di comuni antieroi. Sempre di matrice autobiografica, le opere successive, Histoire (’67), Les Géorgiques (’81), e L’Acacia (’89; Einaudi ’94), con le vicende familiari che si rincorrono, à rebours, di generazione in generazione, intrecciandosi a episodi del presente; nell’impegno anche politico, nella ribellione alle prevaricazioni di ogni genere, come il regime in Spagna. Narrazione, la sua, che scorre talvolta come il flusso di coscienza, e nella quale ha grande importanza il lavorio della memoria: memoria sensoriale alla Proust (non a caso da lui venerato), alla quale è affidato il compito di ricostruire, grazie a uno stile evocativo, una condizione fisica e dello spirito. In tal senso l’arte di Simon raggiunge notevoli risultati, con il suo proliferare di immagini e di associazioni (e di parole: qualche volenteroso ne ha contate 1.000 in una frase, e senza segni di interpunzione!); e la sua pagina si configura come un organismo sensibile e palpitante. Così, la sua opera è un unico lungo romanzo per frammenti; che grazie alla scrittura si compongono in un possibile ordine e senso.