CLAUDEL Lettere dall’abisso

Mio caro Charles,
mi avevi promesso una visita: non si direbbe. Sono passati mesi e tu non sei venuto.
Eppure hai buon cuore proprio come tua madre. Forse anche tu sei malato: scrivimi presto e dammi notizie di tutti voi.
Ho sempre il ritratto di tua madre, la mia buona madrina; non me ne separo mai; penso sempre a lei; vi vedo sempre intorno alla grande tavola di Chacrise. Come si stava bene a quei tempi. Non torneranno mai più. Scrivimi presto. Dimmi qualcosa! Mandami il tuo ritratto o ancor meglio vieni.
Non v’è niente che equivalga la conversazione.
Tanti saluti a tutta la famiglia.
Camille Claudel
a Charles Thierry,
27 agosto 1913

Mia cara Henriette,
è da molto lontano che le scrivo! Non più dal mio grazioso, piccolo atelier del quai Bourbon!
Dal giorno in cui sono stata rapita da casa mia attraverso la finestra, ho cercato spesso di comunicare con lei! Non c’è stato modo, mi sorvegliano giorno e notte come una criminale. Non so se questa lettera le arriverà!
Sono stata internata prima a Ville-Evrard, poi con il pretesto della guerra ci hanno trasportato qui a Montdevergues vicino ad Avignone (Vaucluse). Inutile raccontarle quel che ho sofferto dopo esser stata strappata dal mio atelier per essere rinchiusa in queste terribili case di cura!
All’inizio Charles Thierry ha cercato di tirarmi fuori di qui, ma poi non ho più avuto sue notizie!
Cara Henriette! Se volesse scrivermi e darmi notizie sue e dei suoi figli, mi farebbe molto piacere! Non parli con nessuno della mia lettera perché mi procurerebbe dei problemi.
Camille Claudel
a Henriette Thierry, 1915

Mia cara cugina,
malgrado le varie disavventure che ci hanno separate non dimentico che giovedì prossimo è santa Maria Maddalena e voglio farle gli auguri come se le fossi ancora vicina.
Sfortunatamente non vengo a porgerle i miei auguri con un fiore, ma con le lacrime agli occhi. Le lacrime dell’esilio, le lacrime che ho versato goccia a goccia da quando sono stata strappata al mio caro atelier. Lei che conosce il mio attaccamento alla mia arte può immaginare quanto abbia dovuto soffrire nell’esser di colpo separata dal mio caro lavoro, lei che mi conosce così bene malgrado le mie stupidaggini e le mie incoerenze!
Camille Claudel
a Marie-Madeleine,
luglio 1915

Signor dottore,
forse non ricorda più la sua antica cliente e vicina. M.lle Claudel, che fu rapita da casa il 3 marzo 1913 e portata a forza nei manicomi da cui forse non uscirà mai. Sono cinque anni, tra poco sei, che subisco questo tremendo martirio. Dapprima venni portata nel manicomio di Ville-Evrard poi, da lì, in quello di Montdevergues presso Montflavet (Vaucluse). Inutile descriverle le mie sofferenze. Ho scritto recentemente a Monsieur Adam, avvocato, a cui lei mi aveva raccomandato, e che un tempo mi aveva difeso con tanto successo, pregandolo di volersi occupare ancora di me. Ma in questa circostanza anche i suoi buoni consigli mi sarebbero necessari perché lei è uomo di grande esperienza e come medico è perfettamente a conoscenza del problema. La prego dunque di parlare del mio caso con Monsieur Adam e di riflettere su cosa potreste fare per me. Da parte della mia famiglia non c’è niente da fare; subendo l’influenza di persone malvagie, mia madre, mio fratello e mia sorella ascoltano solo le calunnie di cui mi hanno coperto.
Mi si rimprovera (crimine spaventoso) di aver vissuto da sola, di passare la mia vita con dei gatti, di avere manie di persecuzione! È a causa di queste accuse che sono incarcerata da 5 anni e mezzo come una criminale, privata della libertà, privata del cibo, del fuoco e delle comodità più elementari. Ho spiegato a Monsieur Adam in una lunga lettera gli altri motivi che hanno contribuito alla mia incarcerazione, la prego di leggerla attentamente per rendersi conto degli annessi e connessi di questa faccenda.
Forse lei potrebbe, come medico, usare la sua influenza a mio favore. In ogni caso, se non vogliono rendermi subito la libertà, preferirei esser trasferita alla Salpêtrière o a Sainte-Anne o in un ospedale normale dove lei possa venire a visitarmi e a rendersi conto del mio stato di salute. Qui pagano per me 150 franchi al giorno e bisogna vedere come mi trattano, i miei parenti non si occupano di me e rispondono alle mie lamentele con il mutismo più assoluto, così si fa di me quel che si vuole. È terribile essere abbandonata in questo mondo, non posso resistere al dolore che mi opprime.
Camille Claudel
al dottor Michaux,
25 giugno 1917 o 1918

Un romanzo, anche epico, l’Iliade e l’Odissea. Ci vorrebbe proprio Omero per raccontarlo, io non lo farei oggi e non voglio rattristarla. Sono caduta nell’abisso. Vivo in un mondo così strano, così estraneo. Del sogno che fu la mia vita, questo è l’incubo.
Camille Claudel
al gallerista Eugène Blòt,
24 maggio 1935