Claudio e Marta, sovrani delle beffe firmate da una Baistrocchi al verde

La morale è sempre quella: «Chi palanche nu ghe ne», tanto per usare una lingua esoterica, da iniziati. Se non per «ratti pernughi» e «pegue», pare, qui a Zena. E il presidente Burlando, anzi Sua Maestà Claudio, avvolto in manto purpureo, è il primo a finire nel pentolone rovente dei goliardi della Baistrocchi, che lo cuociono a fuoco lento, anzi lentissimo, e sul giornalino «griffato» pubblicano senza pietà i suoi congrui finanziamenti alla commercializzazione dell'alpaca boliviana, al monitoraggio dei pipistrelli - pardon chirotteri - svernanti e alla tutela degli ululoni dal ventre giallo, alias rospi gracidanti. Mentre la Regina Marta (sì, proprio con la t) Antonietta accarezza un bell'esemplare di camelide sputacchiante, appena uscito dalla fabbrica di peluche della Giochi Preziosi. Enrico, naturalmente. E chi altri sennò?
Il consueto spettacolo natalizio della compagnia goliardica genovese ha trionfato mercoledì sera al Politeama, tra risate, applausi e frenetici battiti di mano sui passi aggraziati della leggiadra e ormai più che nota compagnia di ballo, che oltre alle labbra rosso fuoco sfoggia i più vistosi peli sotto le ascelle mai visti in un «arabesque sur pointe». Con tanto di inno goliardico intonato dalle variopinte feluche e da tutto il pubblico, dai tre ai novantanove anni d'età. Titolo della rivista di quest'anno, appunto «Bambole, non c'è una lira», per usare adesso un linguaggio universale - chi non lo capisce? - e riprendendo la frase che immancabilmente chiudeva la tournée degli spettacoli di varietà, quando il capocomico contava i desolanti incassi della serata. Insomma, va male, ma come da sempre sostiene la morale baistrocchiana, al peggio non c'è mai fine. E si va avanti così. E poi, diciamolo, il titolo dello spettacolo va benissimo, perché di bambole sul palco della Bai ce ne sono da vendere (ma chi le compra?), con petti villosi, caviglie tornite, barba fresca (più o meno) di rasoio, che con grazia sublime da quasi un secolo danzano in tutù, che sia bianco, che sia rosa, poco importa, a loro gli ammiratori non mancano mai. Specie quando mostrano il poderoso fondoschiena, avvolto da impietosi mutandoni di pizzo e volant, e impazzano nel frenetico ed immancabile can can, con guepiere e reggicalze d'ordinanza.
Allora giù carta igienica a rotoli, di quella ce n'è sempre in abbondanza, fischi - o meglio ululoni più che svernati, anzi roventi - e commenti non proprio da educande, come da miglior tradizione del caso. Pochi gli ortaggi lanciati sul palco, in verità; ma si sa, in tempi di crisi dal besagnino, quello vero, è meglio non andarci troppo. E allora vanno benissimo quelli metaforici, dai tanto osannati tuberi, di quelli si parla sempre, a legumi, verdurine e prodotti d'alta moda come gli ormai inflazionati finocchi, questa volta però pugliesi. Ogni riferimento a persone è puramente casuale, naturalmente. Un omaggio all'avanspettacolo di ieri arrivando alla realtà di oggi, senza pietà, senza pudori, con veli (di tulle) e non proprio velati doppi sensi, tra barzellette, gag e satira politica: non risparmiano nessuno, i baistrocchini, e regna sovrana la presa per i fondelli, è proprio il caso di dirlo, di amministratori e parlamentari, per non dir di tutta la combriccola politica della nostra città.
Con siparietti brevi e arguti, con il genuino e pungente spirito dell'avanspettacolo (che in origine, come si capisce dal nome, intratteneva il pubblico prima del film, nella sala cinematografica), con scene e costumi indovinati per ironia ed efficacia espressiva, a partire dal lussureggiante abito della regina Marta (Giacomo Rigalza). Con gran chiamata finale della sindaco (la Marta vera) sul palcoscenico, che oltre ai fiori si è beccata la spudorata passerella della sua giunta comunale, che a dire il vero poco si discostava dall'originale. Scatenati i goliardi doc, quelli diciamo non più di primo pelo, Edoardo Quistelli, Paolo Drago e Claudio De Maria, frizzanti e «sexy» le dodici Bunga Bunga Girls, affiatato il «Bai» Ninga Choir, che sugli arrangiamenti e le musiche di Marco Grasso quest'anno ha siglato insieme ai protagonisti il gran finale, facendo da coda al can can tradizionale. Tutti sotto l'attentissima supervisione del regista e coreografo Piero Rossi, che con i suoi gesti plateali da dietro le quinte è diventato un personaggio a tutti gli effetti. «Scusate, più che una prima è stata una prova generale», si è scusato davanti al pubblico: ma il lancio dell'ennesimo rotolo di carta riciclata ha confermato il successo della serata. Forse con un po' di sano rammarico di chi la Baistrocchi se la ricorda diversa e che non ci trova più il genuino spirito goliardico del secolo scorso. Ma si sa, i tempi cambiano, e, ahimè, spesso le banalità si prendono un po' troppo spazio.
Repliche fino al 16 gennaio. Politeama Genovese: tel. 010 8393589. Info@baistrocchi.org