La clava di Tonino

Le elezioni in Abruzzo mettono ancora una volta Antonio Di Pietro al centro del dibattito. Ricordano il modo in cui egli si presentò la prima volta: il processo contro Craxi e Forlani, che mise alla gogna la democrazia italiana, ha il suo nome e il suo volto. Da allora Di Pietro è diventato il simbolo della lotta alla politica corrotta e della democrazia svuotata, in cui è presente l'invito a un potere non eletto dello Stato, cioè i pubblici ministeri, a diventare il custode dell'etica pubblica. La questione morale è sempre stata un'arma contro la democrazia perché permette la critica del potere. I regimi autoritari non conoscono questione morale perché non vi è alternativa a essi, che diventano la fusione tra morale pubblica e istituzioni. In Abruzzo Di Pietro appare ancora così.
La giunta abruzzese del Partito democratico è stata oggetto dell'attività dei pubblici ministeri e il suo presidente, il socialista del Pd Ottaviano Del Turco, è finito in carcere. Ma ora sorge il problema: chi, se non Di Pietro, può garantire la pulizia della democrazia, la connessione tra morale pubblica e istituzioni? Di Pietro è un magistrato-politico e un politico-magistrato. Si ha fiducia in lui perché è l'espressione dei giudici. Quello che si chiede votandolo è il commissariamento della democrazia da parte di un potere sano in quanto non eletto. Votare Di Pietro significa dire «no» all'ordinamento pubblico che consente il voto e il dissenso. È votare contro la democrazia.
Il Partito democratico si è prestato al gioco. Per staccare la sua immagine da Ottaviano Del Turco, che era pur sempre socialista, Veltroni ha accettato di candidare un uomo di Di Pietro a rappresentante anche del Pd in Abruzzo. Il riflesso anti-socialista dei post-comunisti si è rivelato ancora una volta in questa sconfessione della giunta del Pd e nella scelta di ripartire dall'immagine di coloro che l'avevano sciolta: i magistrati abruzzesi. L'identità del Pd è stata così staccata dal suo passato abruzzese e affidata a chi considera quel passato corrotto e vergognoso.
Il miglior successo, per Di Pietro, sarebbe che la sua lista non prendesse tanti voti e Veltroni potesse dire che l'alleanza con l'Italia dei Valori non è stata un'alleanza a perdere, che la sua scelta di gettare Del Turco alle ortiche e dare la verginità etica al Pd attraverso Di Pietro è andata bene. Per vincere, Di Pietro non dovrebbe stravincere. Ed è proprio quello che Veltroni si augura. E forse anche Di Pietro. Il magistrato in politica sa aspettare i suoi tempi e sa che il Partito democratico non è ancora pronto a seguirlo.
Berlusconi ha definito Di Pietro come un «eversore». Non che egli sia capace di creare un movimento politico di proposta: da buon pubblico ministero non può che parlare un linguaggio di accusa. Il messaggio implicito che vi è in questo atto d'accusa è che la democrazia come tale è sul banco degli imputati.
Forse per dimostrare che la magistratura non può salvare un Paese ci voleva proprio un Di Pietro in politica. Egli non ha alcuna proposta di ordine politico, ma esprime soltanto il disagio e la frustrazione della gente in tempi di grave difficoltà. Trasferendo in politica la sua indole giudiziaria, Di Pietro può annullare e cassare, ma non istruire ed edificare.
Il Partito democratico deve domandarsi se vuole fare onore al suo nome oppure no. È una scelta che riguarda anche il passato, quando il problema non era Del Turco ma Craxi e quando il Pds volle, con un colpo di mano, costruire il suo dominio politico sulla democrazia italiana.
Il voto abruzzese è significativo perché porrà a tutto il Pd, Veltroni compreso, il dilemma se proseguire sulla via scelta nel '93-94, quando il Pds si appiattì sull'azione del magistrato-politico Antonio Di Pietro. Ora il Partito democratico deve decidere se perdersi e mettere in crisi la democrazia italiana diventando un alone pallido attorno alla figura di Di Pietro. Ancora una volta, una lunga marcia verso il nulla. Il Pd può esistere solo se fa onore alla democrazia di cui porta il nome, anche se questa ha il volto di Berlusconi.

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