Clem e la sinistra rimasta in casa

Finalmente, dopo tanto discutere di «si», di «no», di astensioni, a volte anche con toni troppo alti, oggi prevale il silenzio. C’è chi va a votare, chi no, ognuno ascoltando la voce della propria coscienza, chi guidato dall’etica religiosa, chi dalla ragione laica. Si è chiamati a scegliere su un tema assai delicato, come mai c’è stato sulla scheda elettorale. Tema difficile e complesso, che si colloca tra morale e scienza. Comunque lo si esamini, che lo si consideri di pertinenza morale e religiosa o di mera competenza medico-scientifica, è senza dubbio questione che attiene alla vita, al bene più prezioso dell’uomo. Non è sbagliato forse pretendere che la politica se ne stia da parte.
È giusto, semmai, che la politica entri in campo quando delle urne sarà uscita la volontà popolare per tradurla in norma giuridica. Inopportuni sono giudizi unilaterali, trattandosi di problema in cui è coinvolta la sensibilità individuale. Insomma, va rispettato il diritto di esprimere liberamente e difendere le proprie idee e la propria verità. Ho amici nell’una e nell’altra parte di questa contesa, con i quali ho avuto modo di ragionare senza accapigliarci. Sono liberale e laico, non fondamentalista, e andrò a votare stamane tenendo lontane le voci della retorica e della demagogia. Due miei amici - monsignor Ravasi, grande teologo e il professor Veronesi, illustre scienziato - si collocano, com’è naturale, su fronti opposti, ma non farò mancare loro mai la mia stima. L’Italia in cui credo è questa.
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Viva la sincerità. È quella di Riccardo Barenghi, ex «Jena» e direttore del «Manifesto» e ora estensore di una graffiante rubrica su «La Stampa». Ecco quanto ha scritto a proposito della liberazione di Clementina Cantoni: «Stavolta siamo stati bravi, l’abbiamo liberata senza fare neanche una manifestazione». Verissimo. Ma non c’è da vantarsene.
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Che strana e bella idea quella dell’assessore Zecchi di metter su una «casa della poesia», cioè una sorta di club dove dovrebbero potersi incontrare vati e aedi ambrosiani. Sì, bell’idea. Siamo proprio sicuri, che chi scrive poesie abbia voglia di stare insieme? Il poeta, in genere, è un solitario, qualche volta addirittura un misantropo, non di rado assai supponente, come lo fu D’Annunzio, per esempio. Non va dimenticato poi quel che scrive Montaigne nel suo Diario: «La poesia non è fatta per nessuno, non per altri e nemmeno per chi la scrive». Professor Zecchi, ciò nonostante ci provi pure. È un esperimento da fare.